
Le elezioni generali in Perù si confermano un enigma di frammentazione e sfiducia. Con 35 candidati alla presidenza, il Paese sudamericano si muove in un equilibrio precario tra una cronica instabilità politica e una resilienza economica che sfida ogni logica. Nonostante il logoramento delle istituzioni e una polarizzazione estrema, il Perù è riuscito a mantenere l’attrattiva per gli investimenti esteri e l’autonomia del suo Banco Centrale, normalizzando la crisi come parte del paesaggio quotidiano.
Un ballottaggio incerto
I risultati del primo turno ad oggi, 20 aprile, non sono ancora ufficiali, dunque predomina l’incertezza profilandosi diversi scenari: un ballottaggio tutto a destra, oppure uno tra la destra autoritaria dell’erede di Fujimori e la sinistra di Juntos por el Perù del candidato Roberto Sanchez.
Keiko Fujimori (Fuerza Popular), alla sua quarta corsa presidenziale, guida il conteggio con il 16,6% – 16,9%. La sua proposta, “Perù con Ordine”, mescola il neoliberismo con una politica di “pugno di ferro”, ispirata al modello del salvadoregno Bukele. Il suo principale ostacolo rimane un “antivoto” (tasso di rifiuto) che supera il 77%, eredità pesante del cognome che porta.
Rafael López Aliaga (Renovación Popular), imprenditore ed ex sindaco di Lima, segue a breve distanza (14,5%). Noto per il suo stile frontale e ultra-conservatore tipo Opus Dei, Aliaga ha capitalizzato il voto religioso e quello delle città del nord, presentandosi come alternativa di gestione pragmatica.
Roberto Sanchez (Juntos por el Perù), ex ministro del Commercio estero e del Turismo nel governo di Castillo, è l’opzione di sinistra con maggior possibilità di andare al ballottaggio. La sua forza elettorale si radica nelle “zone interne” maggiormente svantaggiate. I ritardi nel conteggio dei voti di quest’area hanno inizialmente dato un’immagine falsata del risultato. La distanza tra Sanchez e Lopez Aliaga, infatti, è statisticamente non definibile, bisognerà contare ogni singolo voto. Se è vero che il voto di sinistra è diviso tra diverse realtà regionali tra loro concorrenti, sembrerebbe, a differenza di quanto immaginato all’inizio, che il delfino di Castillo sia riuscito a ricompattare per lo meno il voto “campesino”.
L’ombra del sospetto ed il “Perù profondo”
Il processo elettorale è attualmente in una fase di tensione febbrile. Al 13 aprile l’ufficio elettorale (Onpe) aveva processato solo il 56,3% dei verbali. Gravi carenze logistiche hanno impedito l’apertura di centinaia di seggi a Lima, privando del voto oltre 63mila cittadini. La crisi è culminata con l’arresto del direttore dell’Onpe dopo l’ammissione di fallimenti critici, un evento che ha scatenato proteste e accuse di frode da parte dell’opposizione.
Mercati calmi e pragmatismo amaro
Paradossalmente, i mercati finanziari hanno reagito con stabilità. Il dollaro non ha subito scossoni, poiché gli investitori prevedono, forse, un “duello conservatore” con garanzia di continuità del modello economico e la fine del timore di riforme radicali.
Il Perù si prepara dunque ad un periodo di tensione politica tra tre opzioni. Se i candidati di destra si dividono un bacino elettorale sostanzialmente omogeneo, la sinistra mostra maggiore frammentazione. Sanchez, infatti, essendo legato alla precedente esperienza presidenziale di Castillo, ha difficoltà a raccogliere consensi nei grandi centri urbani, critici verso quel periodo amministrativo. Se andasse al ballottaggio ci sarà, per le elettrici ed elettori progressisti, il classico dilemma del “male minore”.
A destra invece Keiko Fujimori, certa di andare al secondo turno, ha la possibilità di ottenere i voti “d’ordine” ma deve affrontare un alto livelli di “rechazo”, di antipatia politica tra le fasce non ideologicamente schierate.
Con un sistema di partiti polverizzato e l’autorità elettorale sotto inchiesta, la sfida di giugno sarà segnata più dal pragmatismo che dall’identità programmatica. Resta da vedere se gli elettori di centro e di sinistra accetteranno questo scenario, o se si rifugeranno in un voto di protesta di massa, lasciando il prossimo presidente con una base di consenso pericolosamente sottile.
Il continuo afflusso di dati, al momento di scrivere, rende difficile delineare scenari certi, ogni singolo voto ha il suo peso come, forse, mai in precedenza. Il paese, e non solo, resterà probabilmente per alcuni giorni con il fiato sospeso, nell’attesa di vedere se sarà possibile mantenere viva una piccola speranza di cambiamento, di fronte ad una cupa possibilità di una sfida tra destra e destra.
20 aprile 2026)
* L’autrice è l’architetta Pierina Correa (sorella dell’ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa) per anni parlamentare in Ecuador. Nel 2021 è risultata la deputata con il maggior numero di voti. Attualmente commentatrice di scenari internazionali su diverse testate. Coordina progetti per la difesa delle bambine e bambini svantaggiati.
