Chi di Romano Luperini ha letto un articolo o un saggio non dovrebbe stupire se questo scritto inizia con due ricordi che rimandano alla fragilità del corpo, al biologico, all’inconscio, temi a lui cari.

Primo ricordo. Gli ultimi decenni della sua vita sono stati segnati dalla malattia e da numerosi interventi chirurgici. (Andrea Cortellessa, commemorandolo su ‘il manifesto’, ha ricordato che “un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce”). Nel passaggio da una clinica a un’altra, – così mi scrisse nel 2012 – “per combattere l’insonnia feroce”, compose una manciata di versi – per modestia li definì “versicoli” -, intitolandoli “Poesie. Reparto di oncologia”(https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/10/cosa-chiediamo-alla-poesia-due-esempi_28.html). Da esse scelgo “Le stagioni”:

Dopo i rulli dei tuoni/nel trambusto del cambio turno, all’alba,/sui cornicioni scroscia la pioggia./ Da una clinica all’altra/ho sentito passare le stagioni/senza sentire sulla pelle l’aria,/la brezza della primavera, il solleone d’agosto./Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,/non lama, non scalpello!

Secondo ricordo. La testimonianza dell’ultima visita di Luperini a Franco Fortini, poi deceduto nel 1994: “Tornavo dall’estero e dall’aeroporto di Milano mi sono fatto portare a casa sua in taxi. Sapevo della gravità della sua malattia, delle due operazioni che già aveva subito. Sulla porta mi abbracciò. Con gli anni era diventato assai meno rigido e duro, e addirittura si mostrava con me, nonostante qualche inevitabile urto, veramente affettuoso.

Mi apparve più magro e più bianco. Ma parlava come sempre, lucido e inarrestabile. Stavo per partire per il Canada e non sapevo se l’avrei mai più rivisto. Eppure, ragionammo di cose da fare, di libri usciti, di articoli che avrebbe scritto per la rivista ‘Allegoria’. Richiesto, accennò alla propria malattia, ma con distacco e consapevolezza, evitando i particolari e qualsiasi indulgenza per aspetti che avrebbero potuto sembrare patetici. Pensai per un attimo al suo ribrezzo per la scompostezza e per la visceralità, e a quanto aveva dovuto ferirlo, anche dentro, nel buio dell’inconscio, quel tipo di male. Ma subito mi distrassi: la sua voce mi chiamava ad altro” (https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere/).

Nato a Lucca nel 1940, formatosi con Luigi Russo e Sebastiano Timpanaro, Luperini ha esordito con “Pessimismo e verismo in Giovanni Verga” (1968) rompendo con lo storicismo progressivo della cultura di sinistra del dopoguerra. I suoi successivi studi sugli scrittori vociani e su Montale, Tozzi, Pirandello, Fortini e Svevo hanno un’impostazione marxista ma aperta al confronto con le correnti più significative del pensiero novecentesco: dallo strutturalismo alla psicoanalisi, all’ermeneutica. Ha fondato e diretto riviste letterarie (‘L’ombra d’Argo’, ‘Allegoria’), insegnato Filologia e critica letteraria per 40 anni all’Università di Siena, prodotto in collaborazione con Pietro Cataldi, “La scrittura e l’interpretazione” (1999), innovativo manuale per le scuole superiori. È stato, infine e a sorpresa, narratore: “I salici sono piante acquatiche” (2002), “L’età estrema” (2008), “L’uso della vita” (2013), “1968” (2014), La rancura” (2016) e “L’ultima sillaba del verso” (2017). A parte sta “L’incontro e il caso” (2007), una profonda analisi tematica dei testi dei grandi narratori europei tra Otto e Novecento. Per Emanuele Zinato “forse il suo lavoro più ardito”. E, aggiungerei, punto di svolta nella sua produzione e preludio della sua svolta narrativa.

In politica – prima con la rivista ‘Nuovo impegno’poi con la Lega dei comunistie infine dirigente in Democrazia Proletaria – ha tenuto salda una critica radicale al terzinternazionalismo, difendendo anche nell’ultimo libro scritto assieme a Beppe Corlito, “Il Sessantotto e noi”(2024), la spinta libertaria di quella rivolta.

In campo letterario si è mosso tra il materialismo di Sebastiano Timpanaro e il marxismo critico di matrice adorniana e fortiniana, senza mai trascurare – altro aspetto di ricchezza e d’inquietudine – “lo spettro della psicanalisi” (Michele Ranchetti). Nel campo dell’insegnamento, infine, ha gramscianamente visto nella scuola un possibile centro di resistenza e di organizzazione degli insegnanti contro le derive neoliberali dirigendo, dal 2012, il blog ‘La letteratura e noi’.

Questo suo percorso ha contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, militanza e ruolo accademico, critica e scrittura narrativa. E lo si coglie bene, a mio parere, in un breve saggio del 1986, “La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini”, dove fa i conti con le opposte influenze di Fortini – da lui definito poeta dell’inibizione, del controllo formale e del distanziamento critico – e di Pasolini, poeta dell’esibizione, della visceralità e dell’eccesso vitalistico. È stato, dunque, certamente “il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini” (Pietro Cataldi), ma sempre con una sua componente inquieta e forse tentata dal tragico.