Jorge Bergoglio non era ancora stato eletto Papa quando lavoratrici e lavoratori delle residenze sanitarie assistite (Rsa) hanno visto firmare l’ultimo rinnovo di contratto. Quelle private, s’intende. Stesso discorso, più in generale, per la sanità privata, dove sono ‘solo’ otto gli anni di vacanza contrattuale, da prima della pandemia. Si capisce così perché i 300mila addetti e addette del comparto siano scesi di nuovo in piazza. “Contratto subito” è il coro di autentici professionisti, in prima linea su un fronte delicatissimo come quello dell’assistenza, della cura e della riabilitazione di malati e anziani.

Rispetto ai loro colleghi del Servizio sanitario nazionale guadagnano mediamente 500 euro in meno al mese. Mentre i conti della sanità privata sono sempre più floridi: i dati di Mediobanca raccontano che il settore nel 2023 ha toccato la cifra record di 12,02 miliardi di euro di fatturato netto, una crescita strutturale del 15,5% rispetto al 2019, con le aziende che dispongono di una liquidità immediata che sfiora gli 1,8 miliardi. Guadagni assicurati, dunque. Anche perché, spesso e volentieri, le strutture sanitarie private vivono grazie ai finanziamenti pubblici.

Certo, ci sono strutture d’eccellenza come l’arcipelago della Fondazione Don Gnocchi, con cliniche lungo la penisola specializzate nella riabilitazione dopo gravi patologie e Rsa di prim’ordine. Altin Leka lavora in una di queste, nel milanese, e racconta quanto sia complesso occuparsi quotidianamente di anziani fragili e disabili. Anche lui ha incrociato le braccia il 17 aprile, come il 70% di colleghe e colleghi, al netto di chi è rimasto in servizio per ovvi motivi di funzionamento delle strutture. “Dobbiamo superare il blocco dei contratti nazionali Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari) che non vengono rinnovati da un’infinità di tempo – spiega – con il conseguente congelamento dei salari, in anni in cui l’inflazione ha mangiato buona parte del nostro potere d’acquisto. Stiamo assistendo a un servizio pubblico delegato al privato, che prende finanziamenti pubblici, ma non rinnova i contratti dei propri dipendenti. Non è più tollerabile la differenza salariale che separa le lavoratrici, i lavoratori e i professionisti del privato da quelli del pubblico, a parità di inquadramento e responsabilità. Molte mie colleghe e colleghi aspettano solo l’occasione buona per entrare a far parte del Servizio sanitario nazionale, o al limite di istituti privati non accreditati come il San Raffaele, che danno incentivi ad personam”.

Negli anni della pandemia questi lavoratori sono stati definiti angeli, mentre oggi non vengono rispettati e pagati adeguatamente per il loro prezioso lavoro. Le associazioni datoriali sono arrivate a proporre di far pagare gli aumenti contrattuali alle Regioni, una posizione bocciata senza appello dalle segreterie nazionali di Fp Cgil, Fp Cisl e Uil Fpl. “Un ricatto bello e buono, subordinano il rinnovo dei contratti, peraltro diversi all’interno della stessa struttura, all’aumento delle spese pubbliche per il settore”.

Altin Leka è in Fondazione Don Gnocchi da 23 anni: “Sono un operatore sociosanitario, lavoro a contatto diretto con i pazienti. Centri come il mio sono sempre più importanti, direi essenziali, per i servizi che offrono, soprattutto per quelli che sono i casi più complessi, penso alla non autosufficienza degli anziani e dei disabili. Siamo nati per assistere invalidi e mutilati di guerra, negli ultimi trent’anni progressivamente la struttura si è specializzata anche nella riabilitazione post interventistica e post operatoria”.

Bisogna amarlo questo lavoro, altrimenti non riusciresti a farlo bene. Altin racconta quanto sia importante il sostegno psicologico per aiutare donne e uomini in grande difficoltà, sofferenti. Tessera Fp Cgil in tasca, rivendica con orgoglio l’appartenenza all’area programmatica ‘le radici del sindacato’, particolarmente sensibile alle lotte di lavoratrici e lavoratori della sanità.

“Inutile negarlo – spiega il veterano di tante stagioni passate in prima linea – i carichi di lavoro aumentano progressivamente sempre di più, e questo porta a un disagio generalizzato. Guadagniamo troppo poco, siamo sempre meno perché tante e tanti di noi emigrano verso il settore pubblico, e quelli che rimangono finiscono inevitabilmente sotto stress. Il nostro è un lavoro faticoso, dobbiamo aiutare pazienti in condizioni di salute critiche”. Chiunque abbia un familiare fragile ne sa qualcosa. “I nostri contratti prevedono dalle 36 alle 38 ore settimanali, naturalmente gli orari variano da struttura a struttura – racconta ancora – ma vista la carenza di personale succede anche di avere turni molto lunghi, eccessivi, fino a 12 ore. E immagina quanto sia complicato conservare energia e lucidità in un lasso di tempo così lungo”.

Altin ama il suo lavoro, chiede solo che sia pagato decentemente. Non si può sfruttare chi ha e avrà sempre più un ruolo indispensabile nella cura e nell’assistenza agli anziani e ai malati.