
Se serviva un messaggio forte e chiaro della determinazione delle farmaciste e dei farmacisti nella vertenza di rinnovo del loro contratto nazionale è arrivato il 13 aprile quando, a Roma, oltre 2.500 collaboratrici e collaboratori di farmacia hanno animato la manifestazione nazionale organizzata da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs.
Non era il primo sciopero del settore – ricordiamo il precedente del 6 novembre – ma era il più difficile per la scelta di organizzare un’unica manifestazione a Roma. Una scelta politica, basata su un principio semplice: in tutti questi mesi Federfarma, l’associazione di categoria dei titolari di farmacia, ha sempre fatto ironia sulla capacità di mobilitazione del settore. Un’ironia che si è trasformata in rabbia, con una serie di reazioni scomposte che riflettono una mentalità vecchia ed incapace di cogliere la realtà che cambia e che rischia di travolgere il mondo dei titolari delle farmacie. Quel giorno Federfarma doveva vedere in volto le farmaciste e i farmacisti e doveva ascoltare la loro voce proprio sotto le sue finestre e di fronte al suo portone, rimasto chiuso, preda della paura e della difficoltà di un confronto che non poteva più essere giocato sull’ironia: “Avvertiteci quando farete sciopero”. Non abbiamo dovuto avvertirli, ci hanno sentito direttamente.
La capacità di mobilitazione del settore non è arrivata in modo casuale: è stato il lavoro svolto soprattutto dalla Filcams, che è stata capace di raccogliere le esigenze delle farmaciste e dei farmacisti, innamorati della propria professione, ma delusi da come i loro titolari continuano a concepire il rapporto di lavoro. Un rapporto di sfruttamento senza più maschere, che chiede modernità al governo, alla politica e al sistema sanitario ma è incapace di restituirla in termini di valorizzazione del lavoro.
Le esigenze su cui ha lavorato la Filcams in questi due anni, a partire dalla definizione della piattaforma rivendicativa, sono la valorizzazione della professione (con il riconoscimento delle mansioni che la farmacia dei servizi richiede), un sistema di welfare e formazione adeguati alle sempre maggiori necessità, e infine il salario, con il recupero del potere d’acquisto perso in questi anni anche a causa della fiammata inflattiva dopo l’ultimo rinnovo. Se il tema del salario è quello su cui oggi lo scontro è più visibile e clamoroso (indecente la proposta di Federfarma di incrementi salariali che mescolano recupero dell’inflazione e riconoscimento professionale) è proprio sul futuro della ‘farmacia dei servizi’ e delle professionalità necessarie che si gioca la partita più complessa.
La farmacia oramai è uno dei luoghi di accesso alle prestazioni sanitarie: dalle campagne vaccinali, per passare alla diagnostica di base e fino ai tamponi, il ruolo della farmacia si è enormemente evoluto. Di conseguenza la professionalità richiesta si modifica costantemente. Federfarma però si ostina a considerare questo cambiamento come la naturale evoluzione della professione, e non come una diversa e più complessa articolazione di compiti e mansioni che devono essere correttamente retribuiti e classificati.
Sul salario e sulla professionalità siamo stati capaci, con una serie di assemblee territoriali in presenza, di creare un percorso partecipato di discussione e valutazione politica, che ha permesso di avere la grande partecipazione e attenzione attuali. Partecipazione che rappresenta anche la dichiarazione esplicita di volontà di cambiamento delle farmaciste e farmacisti: non più attori passivi del proprio destino, ma protagonisti della stagione delle rivendicazioni e del cambiamento.
La vertenza non è semplice e l’associazione di categoria dei titolari continua a negare l’evidenza. Un po’ come un principe, chiuso nel proprio castello, indisposto a comprendere ciò che lo circonda, Federfarma preferisce perdersi in polemiche sui numeri di adesione allo sciopero, piuttosto che prendere atto della partecipazione dei collaboratori dipendenti di farmacia e proporre soluzioni contrattuali innovative e in linea con quanto da noi richiesto.
Le settimane precedenti allo sciopero sono state teatro di continui tentativi di forzare la mano da parte dei titolari, con pressioni improprie tese a limitare l’esercizio del diritto di sciopero, e i giorni seguenti nel ribadire sterilmente che lo sciopero non sarebbe riuscito e che quindi le loro ragioni restano immutate e immutabili. Una sordità preoccupante per il presente del contratto e il futuro della farmacia, luogo a cui tutti noi ci rivolgiamo quotidianamente per affrontare i nostri problemi di salute.
Ricordiamolo quando ci torneremo: la dottoressa o il dottore dietro al banco non sono ricchi imprenditori ma professionisti con un percorso di studi complesso alle spalle, che ricevono uno stipendio inadeguato al loro ruolo e che lottano quotidianamente per migliorare la loro condizione lavorativa. Premessa per continuare a offrire un servizio adeguato a noi, al paese e a quei titolari che, invece di sfruttarli, dovrebbero pagarli adeguatamente. Ne va anche del loro futuro.
