
Il governo Meloni vuol far credere che si occupa di chi lavora e dei suoi diritti. Ma non si possono che registrare segnali e atti che nulla hanno a che vedere con la condizione di chi lavora e con la situazione dell’economia italiana.
L’inerzia sulla guerra in Medio Oriente, che tanto pesa sull’economia globale e nazionale, la sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia, l’assestamento di equilibri interni alla maggioranza parlamentare, sono tutti segnali di una crisi dell’azione del governo che comincia a tradursi anche in crisi di consenso.
Incidono molto nel rapporto tra maggioranza e Paese reale gli effetti sull’economia del blocco dello stretto di Hormuz che si riflettono sui costi dell’energia e si estenderanno a merci e prodotti alimentari con la crescita dell’inflazione.
Dall’alleanza strategica con Trump e Netanyahu, al collasso dell’economia. Tetra immagine che invoca alla memoria la parte più buia e nefasta della storia novecentesca. Mai come prima la maggioranza ha tentato di utilizzare lo scenario internazionale come mezzo per non parlare della condizione reale del Paese, mentre proprio il quadro mondiale rappresenta il punto più alto della crisi politica del governo.
Ora il tentativo del governo è di affrancarsi dalla ‘zavorra’ degli eventi bellici e provare a riposizionare, con ancor meno risorse economiche del passato, la sua azione politica su provvedimenti interni: accise sui carburanti e ‘Decreto Primo Maggio’.
La propaganda sulle accise, nel tentativo di aiutare la campagna referendaria, si è rivelata un boomerang. La breve durata del primo provvedimento di sconto fiscale sui carburanti, figlio ancora delle dichiarazioni da oltreoceano sulla breve durata della guerra, e le coperture economiche a danno della spesa sociale sono stati l’ennesima riprova dell’assenza di una politica autonoma orientata alla giustizia sociale.
Alla propaganda sulle accise (ben distante dalle promesse elettorali) si aggiunge quella del ‘Decreto Primo Maggio’: immagine di un governo sempre all’opera, che non si ferma neanche per la Festa dei Lavoratori.
Gli annunci ci parlano di alcune direttrici nel solco di forme (contenute) di defiscalizzazione e decontribuzione come sostegno a salari e occupazione. Ricette antiche quanto nocive, che non rimuovono le cause delle ingiustizie e producono effetti negativi su stato sociale e sistema previdenziale. Danni pagati sempre da lavoratori e fasce deboli. Al danno si aggiunge la beffa: un provvedimento sul lavoro senza il minimo confronto con le parti sociali.
Per noi il Primo Maggio è un giorno di lotta! Per continuare a perseguire l’unità del mondo del lavoro, per costruire una vertenza che coniughi emergenza salariale e politiche industriali, sostenibilità ambientale e autonomia energetica, equità fiscale (a partire dalla restituzione del fiscal drag) e stato sociale, salario minimo e contrattazione, contrasto strutturale alla precarietà (e alla precarizzazione) e buona occupazione, sicurezza sul lavoro e sistema degli appalti, legge sulla rappresentanza e eliminazione dei ‘contratti pirata’. A partire dal taglio della spesa militare a favore di una economia di pace.
C’è bisogno di politiche che producano modifiche strutturali, non di pannicelli caldi utili solo per la propaganda.
