“Sono stata entusiasta di conoscere da vicino quella realtà unica al mondo che è PizzAut”: con queste parole la presidente del Consiglio ha descritto la visita, il Primo Maggio, a quella che, nella narrazione, è diventata la massima espressione dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, in particolare di quelle con disturbo dello spettro autistico.

Una questione importante, seria, da affrontare con il massimo dell’impegno e della serietà da parte delle istituzioni. I dati sono drammatici: secondo il XXVI Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva del Cnel, pubblicato nel giugno 2025, solo il 33% delle persone con disabilità ha un lavoro. Inoltre, in un quadro generale segnato da un aumento della popolazione anziana in condizione di non autosufficienza, di crescita delle malattie croniche, di rinuncia alle cure e di crisi permanente del welfare pubblico e del Servizio sanitario nazionale, diventa sempre più complicato per le persone che assistono una persona con disabilità conciliare tempi di vita e di lavoro.

Ci saremmo aspettati che, in un’occasione importante come questa, insieme all’entusiasmo, ai grandi sorrisi, agli abbracci, alle foto e ai video da perfetto set cinematografico, Giorgia Meloni avesse raccontato le politiche che il governo sta attuando per garantire alle persone con disabilità diritti e percorsi di autonomia. Non lo ha fatto e quindi proviamo ad aiutarla noi.

Avrebbe potuto raccontare alle lavoratrici e ai lavoratori incontrati il taglio di oltre 350 milioni di euro fatti dal suo governo al Fondo per le persone con disabilità, chiamato proprio a finanziare, tra le altre cose, gli interventi per favorire l’inserimento lavorativo. Avrebbe, ancora, potuto fare il punto sulla situazione della sperimentazione della riforma della disabilita, (D. lgs. 62/2024).

Chissà se Meloni sa che il riconoscimento dell’invalidità, requisito necessario per accedere alle tutele, agli ausili, alle prestazioni, è diventato un percorso ad ostacoli: i medici di base, in buona parte, si rifiutano di produrre il certificato medico introduttivo, a causa della mole di lavoro che comporta, e quando lo fanno chiedono un pagamento tra i 270 e i 300 euro. Siamo sempre alle solite: l’accesso ai diritti è una questione di classe. C’è una stretta relazione tra condizione di disabilità e rischio povertà. Le persone in condizione di povertà hanno una maggiore probabilità di ammalarsi e di sviluppare una invalidità.

Allo stesso tempo, chi si ammala rischia di diventare povero a causa, tra le altre cose, degli enormi costi delle visite e delle cure, sempre più privatizzate, e di una probabilità più elevata di perdere il posto di lavoro. Non è un caso che, nei territori dove la riforma della disabilità è già stata avviata, il numero di richieste di riconoscimento dell’invalidità sia crollato.

A ciò si aggiungono, sempre all’interno della riforma, un passaggio di responsabilità nella gestione delle procedure all’Inps – che, al momento, non sembra in grado di gestire efficacemente il ruolo assegnato, anche a causa dell’assenza di medici – e la definizione del progetto di vita a cui le persone con disabilità devono poter accedere. Tutto questo, senza i necessari finanziamenti, diventerà l’ennesimo e enorme carico di lavoro, spesso solo procedurale, per i servizi sociali territoriali.

La nostra presidente del Consiglio avrebbe potuto continuare, nel racconto di quanto l’esecutivo sta facendo. Avrebbe potuto raccontare, ad esempio, quanto previsto dalla legge 159 dello scorso dicembre, dove, all’interno di una normativa su salute e sicurezza, si sono inserite norme volte a deresponsabilizzare ulteriormente le aziende nell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, allargando i soggetti ai quali queste possono esternalizzare l’assunzione e estendendo enormemente la possibilità di utilizzo dell’istituto del distacco per rispettare gli obblighi di legge.

In un contesto in cui le aziende preferiscono pagare la multa piuttosto che assumere persone con disabilità, la direzione delineata, quando va bene, parla dell’inserimento lavorativo di chi ha una situazione di fragilità come strumento di responsabilità sociale, o meglio di “social washing” per le aziende, piuttosto che come pieno rispetto dei dettami costituzionali, a partire dall’articolo 41.

Infine, Giorgia Meloni avrebbe potuto chiedere ai lavoratori incontrati, e ai loro familiari, se la legge sui caregiver che si sta per approvare sia qualcosa di utile per chi assiste persone malate, o se sia solo una mancia, piccola e per pochi, e una enorme presa in giro, visti i tagli al welfare e ai servizi territoriali che sono stati compiuti.

Probabilmente, fra un selfie e una pizza tricolore, la presidente del Consiglio non ha avuto modo di raccontare tutte queste cose. Lo abbiamo fatto noi, che le lavoratrici e i lavoratori li incontriamo tutti i giorni, con le loro fatiche, le loro speranze, la loro richieste di rispetto e dignità.