
Ogni Primo Maggio il governo Meloni vara un decreto sui temi del lavoro. Anche quest’anno la montagna produce topolini. Se c’è una costante che accomuna questi provvedimenti è l’assenza di interventi strutturali.
In piena crisi internazionale che, per effetto della guerra contro l’Iran da parte di Israele e Usa, sta facendo lievitare i costi dell’energia con la conseguenza di una ripresa dell’inflazione, l’ultimo decreto “Primo Maggio” prevede qualche sgravio fiscale e qualche bonus. Il tutto ovviamente a scadenza.
Dopo la sconfitta referendaria, in parte dovuta anche ai riflessi della situazione internazionale e alla subalternità all’alleato (?) a stelle e strisce, il governo Meloni tenta di crearsi una nuova verginità sociale. Peccato che lo faccia alla solita maniera: soldi ai padroni, poco (o niente) ai lavoratori.
Inutile districarci tra bonus e fiscalità per calcolare il reale impatto di questo provvedimento… Consideriamo solo alcuni aspetti e il senso che assumono (o non assumono) nel tempo.
La politica degli sgravi contributivi a favore delle imprese può forse produrre qualche saldo positivo in termini occupazionali in qualche singola azienda. Ma nel saldo complessivo questi piccoli risultati vengono annullati dalle difficoltà di un sistema economico con il settore manifatturiero fortemente esposto a venti di crisi. Immaginare che lo strumento per favorire l’occupazione ‘stabile’ (dopo i nefasti provvedimenti che hanno cancellato la tutela reale del posto di lavoro, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) sia pagare meno contributi previdenziali che cosa produce se non deficit nelle casse dell’Inps e basse pensioni per i futuri pensionati (tanto più se hanno subito anni di lavoro precario e discontinuo)?
La scelta di introdurre il cosiddetto ‘salario giusto’ senza definire un salario minimo è davvero lo strumento per affrontare i ‘contratti pirata’ e l’emergenza salariale di diversi milioni di lavoratrici e lavoratori? In alcuni contesti lavorativi, soprattutto dove il sindacato è più debole (o indebolito per effetto dei ‘contratti pirata’), quelle previsioni rimangono affermazioni di principio che non intaccano le cattive condizioni di chi lavora. Senza legge sulla rappresentanza e senza norme sul salario minimo non si rafforza la contrattazione, né si migliora la condizione materiale di lavoratrici e lavoratori.
Gli sgravi fiscali a favore dei redditi bassi, se non accompagnati da altri provvedimenti di giustizia fiscale come una tassazione sulle grandi ricchezze e la restituzione del fiscal drag, rischiano di essere solo surrogati delle politiche redistributive. Tutto questo nella totale assenza di politiche industriali che dovrebbero avere una funzione di strutturare l’economia del Paese verso welfare, ambiente e pace e non per la guerra.
Per noi il Primo Maggio rimane un giorno di lotta – non un giorno per annunci – con al centro il lavoro, la sua funzione generale, che dà voce a chi la ricchezza la produce e non ne può godere. Nelle lotte di chi lavora si costruisce un futuro di giustizia, di uguaglianza e di libertà.
