Quello affermato nel titolo è un principio universale del diritto del lavoro, sancito dalle convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) e dalla stessa Costituzione italiana. Eppure, in Italia come in Europa, da oltre 25 anni questo principio è sotto attacco delle politiche di precarizzazione e dei processi di “esternalizzazione” dei cicli produttivi. Un attacco continuo ai diritti dei lavoratori, alimentato da norme che hanno reso i rapporti di lavoro sempre più precari, favorito lo scorporo dei rami d’azienda e facilitato il ricorso ad appalti e subappalti.

Scelte sbagliate, che hanno scaricato la competizione nel mercato sul costo del lavoro: oggi contiamo oltre tre milioni di lavoratori impiegati negli appalti, in settori che troppo spesso si sono trasformati in vere e proprie filiere legalizzate di sfruttamento. Chi lavora in appalto è principalmente un “lavoratore povero”, maggiormente esposto a infortuni e malattie professionali, in una condizione di precarietà che funge anche da ricatto per i dipendenti diretti, spingendo al ribasso tutele e salari per tutti.

In questi anni la Cgil, oltre a contrastare direttamente queste politiche, ha rafforzato la contrattazione e la vertenzialità per arginare questa deriva. Questo impegno ha permesso di ottenere tutele più solide in molti Ccnl, negli accordi aziendali di grandi gruppi (come Hera, Mondo Convenienza e Fincantieri) e nei numerosi protocolli con le stazioni appaltanti pubbliche. Un’azione sindacale costante, che ha portato a risultati significativi anche sul piano legislativo: si pensi alla (ri)conquista del principio di parità di trattamento salariale e normativo tra lavoratori in appalto e subappalto negli appalti pubblici, o all’obbligo di applicare, anche negli appalti privati, il Ccnl sottoscritto dai sindacati comparativamente più rappresentativi e strettamente connesso all’attività svolta in appalto e subappalto (art. 29 c.1 bis del d.lgs. 276/03).

A partire dal 15 maggio, la Cgil lancia la sfida per raccogliere centinaia di migliaia di firme e presentare, a fine settembre, la proposta di legge sugli appalti insieme a quella sul diritto universale alla sanità pubblica. L’iniziativa si inserisce nel vivo del confronto politico nazionale ed europeo. Pur se è ormai evidente che l’abuso di appalti e subappalti sia dannoso sia socialmente che economicamente – come sottolineato recentemente dal presidente dell’Anac – il governo e le parti datoriali restano fermi su posizioni di estrema liberalizzazione, tanto che solo tre anni fa si sono liberalizzati i subappalti a cascata negli appalti pubblici.

È una battaglia che travalica i confini nazionali: proprio in questi mesi, le associazioni datoriali stanno esercitando forti pressioni per evitare maggiori tutele per il lavoro nella prossima Direttiva europea sugli appalti pubblici e nelle risoluzioni dell’Europarlamento.

In sintesi, la nostra proposta vuole consolidare il principio della parità di trattamento. Stabilendo che un lavoratore in appalto o subappalto, impiegato per attività o servizi tipici del ciclo produttivo del committente o che rientrano nella sua attività ordinaria, deve avere le stesse tutele economiche e normative e lo stesso inquadramento come un dipendente del committente.

Si estende il principio per cui “a stesso lavoro, devono corrispondere le stesse tutele e lo stesso costo del lavoro”, indipendentemente dalla tipologia di contratto. Quindi, anche ai lavoratori autonomi non può essere riconosciuto un trattamento inferiore al costo complessivo che l’azienda sosterebbe per un lavoratore dipendente di pari professionalità.

Si allarga anche agli appalti privati l’obbligo del committente di verificare la quantità di manodopera necessaria e di tempi di realizzazione. Si rafforza la responsabilità in solido del committente sia nei casi di appalto illecito sia soprattutto in caso di applicazione di un Ccnl non attinente alla reale attività svolta o in caso di sotto inquadramento, anche nel caso di lavoratori, dipendenti o autonomi, per piattaforme digitali.

Un lavoratore impiegato con un appalto illecito deve essere automaticamente riconosciuto come dipendente a tempo indeterminato da parte del committente privato, oppure, in caso di committente pubblico, dovrà ricevere una indennità pari a 24 mensilità. Si chiede l’emanazione di uno specifico decreto del ministero del Lavoro, alla luce di dati certi di Inail o Inl, per individuare i settori a rischio sicurezza e irregolarità, dove limitare i subappalti ed escludere i subappalti a cascata, e di riconoscere il diritto di informazione e consultazione affinché i rappresentanti sindacali dell’impresa committente conoscano quali attività si intendono appaltare, le motivazioni e soprattutto a quali condizioni.

Nei prossimi mesi ci impegneremo a far discutere e condividere questi obiettivi attraverso assemblee, volantinaggi e dibattiti – coinvolgendo chi vive sulla propria pelle queste condizioni e spesso è lontano dal sindacato – per consolidare le nostre rivendicazioni di un cambiamento tanto necessario quanto giusto.