
“Perché sei a casa papà?”. “Oggi non lavoro, sono in cassa integrazione”. “Cosa è la cassa integrazione?”. Fabio Bello ha dovuto insegnare alle figlie piccole il significato di un termine ben conosciuto nel nostro paese, un aiuto economico ai lavoratori di aziende in crisi passeggera. Quando però, come nel caso di Natuzzi, l’ammortizzatore sociale diventa una regola, e si protrae per anni e anni, c’è qualcosa che non va.
A Santeramo in Colle, nel barese, dove c’è il quartiere generale di una delle più famose aziende di divani e arredamento per il salotto, il presidio operaio di protesta fa ormai parte del paesaggio. Una mobilitazione massiccia per salvare 1.800 posti di lavoro, non chiudere lo stabilimento di Jesce 2, non vendere quello di Ginosa già oggi non utilizzato, non delocalizzare le produzioni dove il lavoro costa meno. “Sai cosa hanno detto i Natuzzi al ministero del Made in Italy? – rivela Bello – In Romania la produzione costa 50 centesimi al minuto, qui in Puglia 1,24 euro, quindi per non perdere 4 milioni di euro al mese vendiamo gli stabilimenti italiani e delocalizziamo. Con la cassa integrazione che passerebbe dal 45 al 80% e licenziamenti incentivati”.
Quasi inutile dire che si tratterebbe di una vera e propria emergenza sociale, visto che con l’indotto i lavoratori interessati sarebbero quasi seimila. Non si sta parlando di un sola fabbrica, ma di un piccolo impero con produzioni e punti vendita sparsi in giro per il mondo. “Quest’ultima vertenza ci ha convinto a spostare il tiro, coinvolgendo la politica. É venuta Schlein, è venuto il presidente De Caro, verrà Fratoianni, avesse potuto sarebbe stato qui anche Giuseppe Conte che però era in ospedale per un’operazione”.
Il sindacalista della Fillea Cgil, con 27 anni di lavoro in Natuzzi alle spalle, potrebbe scrivere un romanzo sulle periodiche vertenze che hanno interessato la celebre fabbrica di divani. “Quasi ogni anno andavamo al ministero per trattare – ricorda – veniamo da un ventennio di cassa integrazione. In Natuzzi è diventata strutturale. Rido per non piangere. Io e altri cinquecento miei compagni e compagne di lavoro siamo stati per anni in cassa integrazione a zero ore, con un assegno mensile da 970 euro. Volevano metterci uno contro l’altro. Adesso lavoriamo su tre turni di cinque ore, tre giorni la settimana per tre settimane, poi torniamo a casa per un mese. Con quasi trent’anni di anzianità guadagno 1270 euro”.
Per i sindacati di categoria Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, l’unica via per ridurre la cassa integrazione è “il rientro delle produzioni dalla Romania”. Peccato che la proprietà abbia l’idea opposta. “Di fronte alle proteste di Schlein – scuote la testa Bello – il figlio del vecchio proprietario, Pasquale jr, le ha detto di mettersi a sedere su una cassetta di ricci di mare. Poi ha ritirato il post, che però era diventato subito virale”. Oggi Bello ha 46 anni, ha iniziato a lavorare presto, a 14, come apprendista. “A 19, visto che ci sapevo fare, ho conquistato il posto fisso. Un’industria come Natuzzi nella Murgia e nel Materano ha significato tanto per questi territori. Ma a un certo punto l’azienda ha smesso di produrre divani per il grosso pubblico, li ha sostituiti con prodotti di nicchia, sempre più costosi. Un po’ come alla Fiat, dove hanno smesso di fare la Panda qui in Italia delocalizzando la produzione all’estero e si sono messi a fare Suv”.
Il risultato di scelte industriali sbagliate e poco lungimiranti è sotto gli occhi di tutti. “Se ripenso al passato, mi vedo a 22 anni già sposato, poi sono arrivate le figlie, il mutuo per la casa e, ahimè, anche la cassa integrazione”. Al giorno d’oggi in Italia è complicato avere figli che studiano, quando il lavoro è diventato intermittente, come le luci degli addobbi natalizi. “Il vero welfare italiano si chiama ‘genitori’. Fortunato chi ancora li ha”.
Comunque Bello non ha alcuna intenzione di arrendersi. “Abbiamo visto tante storie drammatiche, c’è stato anche un suicidio nelle acque di marina di Ginosa. Dobbiamo lottare tutte e tutti insieme, non c’è altra strada”. Il vecchio Natuzzi si è fatto dare anni e anni di contributi dallo Stato, e ora vorrebbe continuare a farlo azzerando la produzione o quasi e spostando tutto nell’est Europa. “Hanno uno strano concetto del made in Italy – tira le somme Bello – producono dove costa meno e poi vendono divani con un marchio italiano conosciuto in tutto il mondo. Eppure siamo lavoratori specializzati, con tanti anni di esperienza alle spalle. Io sono uno dei più giovani, ricordo ancora bene i tre mesi di corso dopo l’apprendistato per entrare operativi in stabilimento. Già allora pagavano solo i rimborsi della benzina, cinquemila, diecimila lire. Ma se eri stato bravo, dopo due anni a tempo determinato ottenevi l’agognato posto fisso”.
La vertenza è ben lungi dall’essere chiusa. I lavoratori e un intero territorio chiamano in causa la politica, in particolare le forze di opposizione all’attuale governo, per evitare l’esplosione di un’autentica bomba sociale.
