Una crescita inchiodata allo zero virgola. Un calo della produzione industriale da anni e anni. Una desertificazione produttiva che avanza come la linea della palma, investendo non solo le regioni del sud ma anche quelle del centro. Un massiccio incremento della cassa integrazione straordinaria. E un ulteriore aumento della precarietà e del lavoro povero, che fanno ulteriormente crescere le già accentuate diseguaglianze sociali.
La drammatica fotografia della manifattura italiana, immagine condivisa dai periodici rapporti degli istituti di statistica e dei centri studi, fa a pugni con una narrazione governativa che propaganda l’aumento dell’occupazione, ed è arrivato a dipingere l’Italia come “la nazione del rinascimento industriale dell’Occidente”.
Nell’industria di base, la crisi sta diventando o è già strutturale: Dal settore dell’acciaio all’automotive, dalla chimica all’energia, fino al tessile e moda, si moltiplicano i rischi di dismissione produttiva. “Si tratta di crisi che non sono solo aziendali ma sistemiche”, non si stanca di ripetere il sindacato. Il risultato di trent’anni di assenza di una politica industriale. Sostituito da un modello di produzione fondato sulla frammentazione delle filiere, con il continuo ricorso a subforniture, appalti e subappalti.
Così oggi l’occupazione è trainata soprattutto da lavoro povero e precario, contratti a termine, part-time involontari, lavoro intermittente e in somministrazione, concentrati nei servizi a basso valore aggiunto. Dalle mense alle pulizie, senza dimenticare le carenze di tutele e diritti adeguati in gran parte della filiera turistico-ricettiva e della ristorazione. Un paese dove per giunta il lavoro uccide senza soste. Da cui i giovani scappano, in cerca di un futuro migliore.
