
Trecentocinquantamila famiglie in graduatoria da decenni per una casa popolare, un milione di nuclei poveri in affitto, un milione e mezzo di famiglie in condizione di disagio abitativo grave o acuto. A questa vera e propria bomba sociale, alimentata da precarizzazione del lavoro, caduta verticale dei redditi e diseguaglianze crescenti, il governo risponde con un “Piano Casa” che, dietro la retorica dell’urgenza e la propaganda di un programma decennale, nasconde una diversa realtà: la definitiva abdicazione dello Stato al proprio ruolo di garanzia dei diritti sociali, la svendita del patrimonio pubblico e un regalo alla rendita immobiliare.
Per la Cgil questo piano non è orientato ai bisogni delle persone ma è un’operazione di mercato che aggraverà la tensione abitativa. Il provvedimento indebolisce il comparto dell’Edilizia residenziale pubblica. Si prevede il recupero di alloggi non utilizzabili, con priorità al partenariato pubblico-privato per interventi di Edilizia residenziale sociale. Non si investe sul pubblico per rafforzare il pubblico, ma si usa il pubblico verso il profitto privato.
La conferma sta nella previsione di mettere in vendita una parte delle case Erp: in un Paese strutturalmente sottodotato per edilizia pubblica rispetto agli altri paesi europei, il governo prefigura un nuovo piano di dismissioni. I ricavi non saranno reinvestiti per nuove case popolari, ma finiranno nel fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato: si vende il patrimonio pubblico per fare cassa sul debito.
Anche sul fronte economico il castello di carte crolla rapidamente: dei miliardi annunciati, i fondi certi sono 970 milioni di euro fino al 2030. Il resto è un calderone di risorse già stanziate dal Pnrr per la rigenerazione urbana, o dal Fondo sociale per il clima per il contrasto della povertà energetica, distolte dai loro obiettivi.
Ancora più allarmante è la scelta di veicolare le risorse pubbliche nei programmi di edilizia integrata, vero pilastro del Piano, attraverso il “Fondo housing-coesione”: 100 milioni per il 2026 sottratti al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Fondi nati per ridurre i divari territoriali del Mezzogiorno, seguendo le logiche del mercato, si concentreranno inevitabilmente nelle aree urbane a più alto rendimento finanziario. La gestione viene delegata a Invimit Sgr Spa e le politiche abitative vengono confinate in un regolamento di gestione privato, in una logica puramente tecnico-amministrativa.
Il disegno del governo è chiaro: favorire la proprietà senza incidere nel comparto dell’affitto, lasciando una quota residuale di edilizia pubblica per giustificare un minimo di servizio, e non garantendo reale sostenibilità ai redditi bassi per l’edilizia sociale. Manca una quota minima di alloggi da destinare alla locazione.
Si consuma, allo stesso tempo, il dramma del sostegno al reddito. Il Fondo di garanzia per la morosità incolpevole per gli inquilini Erp viene finanziato con le risorse già esigue del fondo per le morosità esistente; il fondo di sostegno all’affitto resta azzerato, mentre si annuncia di accelerare le procedure di sfratto. In assenza di tutele e soluzioni alternative, questo avrà impatti drammatici per migliaia di famiglie e scaricherà una vera emergenza sociale sulle spalle dei Comuni, lasciati soli e senza risorse.
Il Ddl riduce la complessità dell’abitare a una mera questione infrastrutturale, con rischi di deregolamentazione edilizia e urbanistica. La previsione di poteri commissariali straordinari rappresenta l’ennesimo alibi per scavalcare l’amministrazione ordinaria e svilire le autonomie locali. Per i grandi investimenti privati superiori a un miliardo di euro, lo Stato potrà decretare il “preminente interesse strategico nazionale”: sopra i 100 alloggi, il Commissario deciderà direttamente, bypassando i piani urbanistici dei Comuni, che perdono così il controllo del proprio territorio. L’estensione della Scia per ristrutturazioni e demolizioni, gli incentivi volumetrici e il superamento dei limiti minimi sui servizi, possono aprire la strada a insediamenti ad alta densità, privi di dotazioni urbane adeguate.
La Cgil non condivide questo modello. Il diritto all’abitare non può essere una prestazione negoziabile sul mercato della rendita, ma deve diventare una prestazione nazionale esigibile. È urgente definire una legge quadro sulle locazioni brevi che stanno creando un mercato parallelo senza regole; serve una normativa omogenea per il rilancio degli ex Iscp, e una regolamentazione dell’Edilizia residenziale sociale legata ai fabbisogni reali.
La casa deve essere considerata un’infrastruttura sociale prioritaria. Servono risorse strutturali e continuative, tetti ai profitti per i privati che collaborano con il pubblico, e un piano nazionale di rigenerazione urbana guidato dal controllo democratico. Servono forme di sostegno ai redditi per le famiglie in condizione di maggiore precarietà economica. La Cgil non si fermerà davanti a questo tentativo di trasformare un diritto primario delle persone nell’ennesimo terreno di speculazione finanziaria.
