Gli orrori del regime iraniano e quelli della guerra di aggressione israelo-statunitense.

I quasi tre anni di genocidio a Gaza e Cisgiordania, con oltre 70mila morti accertati (ma chissà quanti altri sotto le macerie o periti per ferite e malattie), hanno toccato picchi di brutalità e orrore finora mai raggiunti. Ora con la guerra “collaterale” all’Iran è piombata dal cielo la strage disumana di Minab.

Abbiamo seguito con attenzione la repressione delle donne iraniane, vittime predestinate del patriarcato o che muoiono in carcere per torture, maltrattamenti, incuria, o massacrate in strada. Ricordando qualche nome: le militanti curde Somayeh Rashidi, Hamid Hosseinnezhad Heydaranlou e Asieh Ghavicheshm, le “comuni” Nasrin Barani, Kosar Baghernejad, Mozhgan Azarpisheh, la “sposa bambina” Samira Sabzian (nel periodo 2010-21 almeno sei giustiziate erano “spose bambine”), Hourieh Sabahi (madre di cinque figli), Zahra Bahrami, Reyhaneh Jabbari (giustiziata per essersi difesa da uno stupro), Maryam Karini, Zeinab Khodamorad (sofferente di una grave malattia mentale), la militante del Pjak (Partito della Vita Libera in Kurdistan) Shirin Alamhooli, i beluci Hadi Arbabi e Mohammad Eshaq Gorgij… Jina Amini e le decine di vittime durante le proteste per il suo assassinio.

Ben sapendo che gran parte delle confessioni (in genere l’unica prova a carico dell’imputato), secondo Iran Human Rights, vengono estorte con la tortura. Come nel caso dei curdi impiccati in maggio e luglio 2020 (Hedayat Abdollahpour, Diaku Rasoulzadeh e Saber Shaikh Abdollah) nel carcere di Orumiyeh, e a ottobre 2020: Musa Rahmani, Yasser Cheshmeh Anvar, Ali Malekzadeh e Zinolabedin Hisseinzadeh. Nel gennaio 2018, Hekmat Damir (militante del Pjak), paralizzato a entrambe le gambe, fu trasportato in barella sul luogo dell’esecuzione. Il militante di Komala Ramin Hisen Panahi venne impiccato il 9 settembre 2018 nel carcere di Raja’i Shahr mentre era in sciopero della fame.

La strage delle innocenti nella scuola Shajareh Tayyebeh di Minab

Ma se qualcuno ritenesse che in fondo Donald Trump e il suo socio di maggioranza israeliano, attaccando l’Iran, non avessero poi tutti i torti, prenderebbe un abbaglio. Fin dai primi giorni Usa e Israele hanno superato ayatollah e pasdaran tra i peggiori criminali di guerra. In particolare, il bombardamento del 28 febbraio sulla scuola Shajareh Tayyebeh di Minab (provincia di Hormozgan, Iran meridionale) evoca quello di 89 anni fa su Guernica (26 aprile 1937). Il quadro della cittadina basca bombardata a tradimento da aerei tedeschi e – anche se di solito non si dice – italiani, andrebbe esposto proprio tra le macerie di quella scuola dove circa 180 bambine tra i cinque e i dodici anni sono state assassinate dai missili statunitensi. Chi parla di “errore” o di “danno collaterale” non tiene conto che tra Gaza, la Cisgiordania e il Libano scuole, ospedali, ambulatori e ambulanze sono colpiti con una frequenza e una precisione che non possono essere casuali.

Oltre che dal governo iraniano, l’infame attacco è stato condannato dall’Unesco. Un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) ne ha analizzato le violazioni del diritto internazionale. Secondo le ricostruzioni, l’attacco alla Shajareh Tayyebeh Primary School, situata in prossimità del complesso del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) a Minab, è avvenuto con una serie di esplosioni che hanno interessato almeno otto edifici, inclusa la scuola. Le immagini satellitari e i video hanno mostrato crolli parziali del tetto, colonne di fumo e danni consistenti ad altre strutture, tra cui la clinica del complesso, effetti di un attacco su larga scala che non ha tenuto conto della presenza di civili. La distribuzione dei punti d’impatto e le tracce lasciate dalle munizioni hanno indicato l’uso di ordigni guidati di alta precisione, diretti verso edifici specifici, e non il risultato di errori o malfunzionamenti. La mancanza di preavviso ha contribuito ad aumentare la mortalità dell’attacco. L’insieme delle evidenze indica un attacco con ordigni ad alta precisione che ha colpito edifici civili e causato perdite umane significative, in violazione delle norme internazionali sui conflitti armati.

A fine giugno 2025, anche alcune prigioniere politiche di Evin avevano condannato le aggressioni militari israeliano-statunitensi. Varisheh Moradi (già combattente contro Daesh in Siria, condannata a morte in quanto esponente della Comunità delle donne libere del Kurdistan orientale – Kjar), Sakineh Parvaneh, Reyhaneh Ansari e Golrokh Iraee (arrestate e condannate per le proteste per Jina Amini) avevano dichiarato: “Noi condanniamo l’attacco contro l’Iran, il massacro di civili e la distruzione di infrastrutture del paese per mano del regime sionista e dei suoi alleati statunitensi, così come condanniamo gli altri crimini commessi nel mondo e nel Medio-Oriente”… “La liberazione del popolo iraniano dalla dittatura che regna nel nostro paese non avverrà che attraverso la lotta di massa e la forza delle componenti sociali, e non per intervento straniero”.