I marinai di pace hanno abbattuto il muro dell’indifferenza, della rassegnazione, della supina accettazione della disumana realtà che da anni abbiamo sotto i nostri occhi. I re sono nudi e non è un bello spettacolo, anche se per spogliarli le donne e gli uomini della Flotilla hanno pagato un prezzo salato. Non si può fare una classifica delle vessazioni che hanno subito: privati di tutto, acqua cibo, sonno, umiliati di continuo, minacciati con i taser, insultati, derisi, picchiati a più riprese. Ma l’immagine della giovane attivista che ha gridato “Free Palestine” nell’hangar prigione di Ashdod, immediatamente malmenata dai suoi carcerieri, ha fatto il giro del mondo. Al pari dei racconti delle violenze ai danni dei suoi compagni e compagne di avventura.
Nonostante gli sforzi di un sistema di potere che continua a cercare in ogni modo di nascondere o minimizzare il genocidio della popolazione civile della Striscia di Gaza, e l’apartheid nei confronti dei palestinesi che cercano di sopravvivere fra continue aggressioni in Cisgiordania e nello stesso Israele, la diga sta cedendo. E fiotti di acqua tossica e maleodorante insozzano chi cerca di tappare le falle. Compresa l’Unione europea che continua a commerciare con Tel Aviv senza provare alcuna vergogna. Ma lo sdegno dei parenti, degli amici, dei conoscenti di chi è stato in mare alla volta di Gaza, raccolto per forza di cose dagli stessi media tradizionali, e propagatosi come un benefico virus su quelli digitali, rafforza ulteriormente la già robusta massa critica che non vuole più essere muta testimone di un incubo senza fine.
