Il dibattito italiano su quanto sia socialista il sistema comunista cinese è spesso inficiato da posizioni ideologiche precostituite. Più pragmatico quello relativo ai diritti del lavoro, partendo dal riconoscimento che l’ enorme sindacato Acftu (oltre 300 milioni di iscritti) non ha le caratteristiche di autonomia, rappresentanza e capacità contrattuale che noi riteniamo essenziali per un’organizzazione di lavoratrici e lavoratori.

Se anche sul diritto del lavoro stabilito dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica popolare abbiamo parecchio da ridire, arrivano anche notizie, forse sorprendenti ma certamente positive. Come quelle che ci informano su due sentenze di tribunali cinesi che, a pochi mesi di distanza tra loro, hanno stabilito che licenziare un dipendente perché sostituito dall’Intelligenza artificiale non è legalmente ammissibile.

La questione è importante, anche perché il governo cinese sta programmando, con il piano “Ai Plus”, di estendere l’adozione dell’Intelligenza artificiale a vasti settori economici e produttivi. Le sentenze dei due tribunali sembrano indicare che in Cina l’espansione dell’Ai e la tutela del lavoro non siano in contraddizione, ma debbano coesistere.

Il caso deciso il 28 aprile scorso, alla vigilia della Festa del Lavoro, particolarmente sentita in Cina con festeggiamenti che durano fino a cinque giorni, riguarda Zhou, un lavoratore assunto nel 2022 da una società tecnologica di Hangzhou come supervisore del controllo qualità su risultati generati da modelli di linguaggio derivanti da processi di Ai.

La provincia dello Zhejiang, di cui Hangzhou è il capoluogo, è uno dei principali poli mondiali per l’innovazione e lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Vi hanno sede giganti tecnologici globali come Alibaba e DeepSeek, il laboratorio di ricerca celebre per i suoi avanzati modelli linguistici open source.

Tornando a Zhou, l’azienda ha ritenuto che non ci fosse più bisogno del suo apporto, e che quei modelli di Ai potessero controllare se stessi. Gli ha quindi proposto una ricollocazione con stipendio ridotto da 25.000 a 15.000 yuan mensili (da circa 3150 a circa 1900 euro), un taglio del 40%. Zhou ha rifiutato, l’azienda lo ha licenziato offrendogli una liquidazione di 311.695 yuan (un po’ meno di 40.000 euro). Ma Zhou ha impugnato il licenziamento davanti a un collegio arbitrale e ha vinto. L’azienda ha fatto ricorso al tribunale distrettuale ma ha perso di nuovo.

Quattro mesi prima, il 26 dicembre 2025, il Municipio di Pechino aveva pubblicato gli esiti di alcuni arbitrati. Tra questi c’era quello del signor Liu. Assunto nel 2009 per raccogliere dati da inserire in un sistema elettronico, aveva perso il lavoro quando l’azienda aveva adottato sistemi di raccolta automatizzati e soppresso la divisione in cui lavorava. Liu aveva impugnato il licenziamento e vinto.

Entrambe le sentenze ruotano attorno al principio per cui adottare l’Ai è una decisione strategica dell’azienda, non un evento imprevedibile, e i costi di questa scelta non possono ricadere sui dipendenti.

La legge sul Contratto di lavoro della Repubblica Popolare, entrata in vigore nel 2008, prevede che un contratto possa essere rinegoziato o risolto in caso di “cambiamento oggettivo delle circostanze”. La domanda è se l’introduzione dell’Ai in azienda possa qualificarsi come un “cambiamento oggettivo” e la risposta, nei due casi citati, è stata No: non si tratterebbe di un cambiamento oggettivo come un evento esterno, incontrollabile o imprevedibile (un disastro naturale, un evento che renda impossibile l’attività o una grave crisi sistemica), ma di una scelta imprenditoriale volontaria per aumentare produttività e competitività.

Le sentenze vanno anche collocate nell’odierno contesto del mercato del lavoro cinese, dove la disoccupazione giovanile, anche quella qualificata e dei laureati, sta crescendo, e il piano governativo “Ai Plus” fissa obiettivi di adozione dell’Ai nei settori chiave al 70% entro il 2027 e al 90% entro il 2030. Il Consiglio di Stato ha pubblicato linee guida che chiedono alle imprese di orientare l’innovazione verso le aree con maggiore potenziale di creazione di posti di lavoro, mentre il ministero delle Risorse Umane ha annunciato un documento dedicato all’impatto dell’Ai sull’occupazione.

Da noi il tema è diventato di attualità con il caso della InvestCloud di Marghera, dove a marzo scorso l’azienda statunitense di software per il settore finanziario ha avviato la chiusura dell’unica sede italiana, licenziando 37 dipendenti, con la motivazione di una riorganizzazione globale per standardizzare i prodotti e affidare le mansioni all’Intelligenza artificiale.

E una sentenza del Tribunale di Roma del novembre scorso ha ritenuto legittimo il licenziamento di una dipendente il cui ruolo di graphic designer era stato soppresso anche per l’introduzione di sistemi di Intelligenza artificiale.

Ci toccherà riprendere un vecchio slogan degli anni ‘70, “Faremo in Italia come fanno in Cina”?