
La crisi della chimica di base in Italia non può essere compresa senza guardare al collasso più ampio che sta attraversando l’intero settore chimico europeo.
Come documentato dalla federazione di categoria europea IndustriAll Europe il settore, che impiega 1,9 milioni di lavoratori diretti e genera tre volte tanti posti indiretti, sta affrontando una combinazione letale di prezzi energetici alle stelle, concorrenza sleale da Cina e Stati Uniti e un quadro normativo sempre più stringente legato al Green Deal. Il risultato, si legge nel rapporto Roland Berger commissionato da Cefic (Consiglio Europeo delle Industrie Chimiche che rappresenta 29mila grandi, medie e piccole compagnie chimiche in Europa), è che tra il 2022 e il 2025 sono stati annunciati chiusure per 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva, pari al 9% del totale europeo, con un’accelerazione impressionante perché si passa da 2,9 milioni di tonnellate nel 2022 a 17,2 milioni nel 2025.
Il settore petrolchimico è il più colpito, con il 48% della capacità chiusa, e in particolare nove steam cracker, ovvero gli impianti che trasformano gli idrocarburi in molecole fondamentali come etilene e propilene, hanno subito una riduzione netta del 16% della loro capacità, mettendo sotto pressione interi cluster industriali integrati.
L’Italia rappresenta un caso emblematico di arretramento silenzioso ma devastante. Secondo il rapporto Roland Berger, l’Italia contribuisce per 2,5 milioni di tonnellate alla capacità di chiusura annunciata, pari al 7% del totale europeo, con 20mila posti di lavoro diretti a rischio e 89mila indiretti a livello continentale.
I dati aggregati raccontano solo una parte della storia. Come ha denunciato la Filctem Cgil in una lettera al ministro Urso, ripresa anche da Collettiva, la chiusura degli ultimi impianti di cracking a Brindisi e Priolo, nel corso del 2025, rischia di portare al collasso l’intera chimica di base italiana. Il sindacato parla apertamente di una scelta che espone l’Italia a rischi industriali e strategici crescenti, in piena contraddizione con le dichiarazioni europee che invece indicano la chimica di base come settore da difendere.
A Brindisi lo stabilimento LyondellBasell vive nell’incertezza. L’impianto PP2 (polipropilene) è fermo e la prevista chiusura dell’unità di polietilene di Versalis rischia di interrompere le forniture di utility essenziali come il vapore entro la fine del 2026, rendendo insostenibile la continuità produttiva. I lavoratori hanno tenuto un’assemblea il 14 maggio scorso e chiedono un tavolo istituzionale urgente.
A Priolo Gargallo, in Sicilia, l’ingresso di Ludoil nella proprietà di Isab (acquisizione del 51% delle quote di Goi Energy) viene visto dai sindacati come un possibile punto di svolta, ma la Cgil e la Filctem siciliane chiedono garanzie concrete su investimenti e occupazione, sollecitando l’uso della golden power da parte del governo. Il timore è che, senza una regia pubblica, la chimica di base continui a scomparire dall’area siracusana.
L’effetto domino si è già propagato al resto del Paese. A Ferrara il polo chimico che produce elastomeri vede ridursi le proprie attività, con sindacati e istituzioni locali che chiedono investimenti in innovazione e non semplici riconversioni verso attività marginali. A Porto Marghera, dopo la chiusura degli impianti di cracking e aromatici nel 2022, la riconversione in biocarburanti e polimeri riciclati non sta fornendo le stesse garanzie occupazionali, tanto che i lavoratori sono entrati in stato di agitazione permanente a marzo. A Mantova, Ravenna, Livorno, Taranto, Gela e Porto Torres si ripete lo stesso copione: impianti a regime ridotto, manutenzione compressa, bonifiche incomplete e una transizione che promette ma non mantiene, lasciando i lavoratori in attesa di decisioni che spesso si traducono in ulteriori ridimensionamenti.
Questa crisi italiana appare in palese controtendenza rispetto alle linee guida che vengono dall’Unione europea. L’8 luglio 2025, la Commissione europea ha presentato un piano d’azione per l’industria chimica, all’interno del Clean Industrial Deal, che punta a garantire la produzione di sostanze fondamentali come ammoniaca, cloro, metanolo ed etilene, con misure per contenere i costi energetici e sostenere la domanda interna. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné ha esplicitamente indicato la necessità di mantenere in Europa gli steam cracker.
La Dichiarazione di Belgrado della Ces (maggio 2025) aveva già messo in guardia contro i processi di ristrutturazione mal gestiti e le minacce di perdita di posti di lavoro, chiedendo investimenti su larga scala con condizionalità sociali, e una piena attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali. Nel caso della chimica italiana questa richiesta si scontra con l’assenza di una politica industriale. Se Germania, Francia e Paesi Bassi investono in hydrogen valleys e contratti per differenza per sostenere la transizione, in Italia la chimica di base viene accompagnata all’uscita senza un dibattito pubblico.
