
Trecento aziende con le luci accese, migliaia di operai e operaie con la cassa integrazione in tasca. La Marca Trevigiana, per decenni sinonimo di intraprendenza, piccola impresa e manifattura diffusa, attraversa una fase di profonda trasformazione che sempre più somiglia a una crisi strutturale. Non è più una stagione di casi isolati: è un fenomeno sistemico che investe ogni distretto, ogni comparto, ogni filiera.
I numeri raccontano una storia precisa. In Veneto sono oggi aperti quarantadue dossier presso l’Unità di crisi regionale, con circa 12mila lavoratori direttamente coinvolti. Nel primo semestre del 2025 sono state autorizzate in regione 38 milioni di ore di cassa integrazione. A livello provinciale, il dato è altrettanto allarmante: sempre nel primo semestre 2025 le ore autorizzate nella Marca hanno superato gli 8 milioni, segnando un incremento del 66% rispetto allo stesso periodo del 2023. La cassa integrazione straordinaria, in particolare, è in forte espansione.
Scorrere l’elenco delle vertenze aperte nel trevigiano è aprire uno squarcio su un fenomeno preoccupante. Berco e Fonderia Corrà nel siderurgico, Bluergo nell’automotive, Keyline nella meccanica di precisione, Nardini e Breton nel montaggio impianti, Fabbian nel comparto lampadari, Fidia e Silmec tra plastica, metalli e cromatura, Italcab nelle macchine per il movimento terra, Tonon Forty nel riscaldamento. Per alcune di queste, ad esempio Breton Lapitec e Fidia, la cassa integrazione straordinaria è stata richiesta per cessazione dell’attività entro fine 2025. A Vedelago, lo stabilimento Lapitec ha già chiuso i battenti: si parla di 70 lavoratori e lavoratrici in cerca di una nuova collocazione.
Il settore moda e calzature, un tempo vanto identitario della Marca, non sta meglio. Benetton, Geox, Replay, Calzaturificio T-esse: nomi che evocano stagioni di successo e che oggi annunciano riduzioni di personale. Il solo caso Benetton racconta in modo emblematico la traiettoria di un declino. Da oltre 1.100 dipendenti a 750 in due anni, attraverso contratti di solidarietà, incentivi all’esodo, demansionamenti e, ad ottobre, una comunicazione via mail che portava la solidarietà al 90% per novanta lavoratori, di fatto riducendoli a due giorni retribuiti al mese. La vertenza Benetton non è una somma di numeri, ma una questione di dignità. È la voce di chi costruisce valore ogni giorno e si rifiuta di essere ridotto a variabile sacrificabile.
Nello sport system di Montebelluna, distretto calzaturiero-sportivo di fama mondiale, i segnali di sofferenza si moltiplicano. Nel legno-arredo, altro pilastro dell’economia trevigiana, Frezza e Doimo City Line sono in cassa integrazione straordinaria. Smartpaper, nell’area di Castelfranco Veneto, ha rischiato di perdere oltre 600 posti di lavoro, in buona parte poi ricollocati: un esito fortunato che tuttavia non cancella una fragilità di sistema. Anche nei servizi emergono criticità profonde, come nel caso di Security International, dove i lavoratori denunciano contratti penalizzanti e mancati pagamenti.
Adesso si abbatte sulla Marca un’altra tegola, di proporzioni eccezionali: Electrolux. Lo stabilimento di Susegana, uno dei più grandi insediamenti industriali del Nordest, con una storia ultracinquantennale nel territorio, ha annunciato un piano che prevede fino a 1.700 esuberi. Se confermato nella sua dimensione, si tratterebbe di uno degli eventi di deindustrializzazione più rilevanti nella storia recente del Veneto: non solo una perdita occupazionale, ma uno shock identitario per una comunità che ha costruito attorno a quell’impianto un pezzo della propria biografia collettiva.
Le cause di questa crisi sono molteplici e si intrecciano su piani diversi. Sul fronte esterno pesano i dazi americani su acciaio e alluminio, che colpiscono duramente la filiera siderurgica e metalmeccanica, e la crisi dell’automotive tedesco che trascina con sé le forniture italiane. Sul fronte interno, emerge con forza la mancanza di una politica industriale di lungo periodo capace di accompagnare le imprese nella doppia transizione tecnologica ed energetica, con strumenti adeguati e visione strategica.
Il rischio, per Treviso, è concreto e non rinviabile: perdere la vocazione manifatturiera che ha fatto la ricchezza del territorio e con essa disperdere competenze e saperi costruiti in decenni. Le reindustrializzazioni sono possibili, ma richiedono politiche pubbliche attive, investimenti mirati, formazione continua e un ruolo forte delle parti sociali nel governo dei processi. Non basta gestire le singole crisi caso per caso: serve una strategia complessiva, regionale e nazionale, che restituisca prospettiva industriale a un territorio che merita più di una gestione dell’emergenza.
