
Gli interventi e le risorse previsti dalla Missione 6 del Pnrr e dal Dm 77 sono finalizzati al rafforzamento del sistema di assistenza socio-sanitaria territoriale e domiciliare. Ma è sempre più alto il rischio che questo obiettivo strategico rimanga solo sulla carta, per i ritardi che si stanno accumulando nella effettiva realizzazione delle strutture e dei servizi previsti, come evidenziato dal Report della Cgil nazionale e da quelli di Agenas e ReGis. In Veneto, ad esempio, a fine febbraio risultavano completati 17 ospedali di comunità sui 35 programmati e 13 delle 94 case di comunità, di cui solo tre con attivi tutti i servizi obbligatori degli standard del Dm 77.
Ma soprattutto perché gli investimenti del Pnrr riguardano solo la costruzione di alcune strutture e piattaforme di servizi, e il Dm 77 definisce sì un quadro di standard di servizi e personale, differenziandoli però tra obbligatori e facoltativi e comunque senza vincoli di attivazione realmente cogenti.
Senza un piano straordinario di copertura di tutti i fabbisogni professionali, le strutture rischiano di restare vuote e i servizi di non essere adeguati ai bisogni reali. Si rischia un maquillage dell’esistente, senza un salto di qualità e un vero rafforzamento dell’assistenza territoriale e domiciliare.
Le carenze professionali sono gravi, anche in Veneto: in base a stime della stessa Regione mancano 500 medici di medicina generale, 3.500 infermieri e 2.000 Oss, oltre a tanti e diversi medici specialisti. E rischiano di aumentare, visto il rapporto tra le uscite previste per pensionamento e lo scarso livello di partecipazione e conclusione del percorso formativo nei corsi di laurea e di specializzazione.
Servono quindi interventi tempestivi nella direzione giusta, da un ampliamento e miglioramento dei percorsi formativi alla copertura di tutti i fabbisogni professionali, dal superamento dei tetti di spesa vigenti per le assunzioni al miglioramento del trattamento economico e professionale, delle condizioni e dell’organizzazione del lavoro, indispensabile per rendere più attrattive le professioni sanitarie e fermare la fuga dal sistema pubblico.
Altrettanto importanti sono volontà politica e capacità organizzativa, ad oggi carenti e inadeguate, per dare un assetto strutturale a tutta la filiera dell’assistenza territoriale attraverso funzioni e responsabilità definite, la costituzione delle equipe multiprofessionali, la predisposizione di uffici di coordinamento tra le diverse strutture e i diversi servizi competenti, l’attivazione diffusa dei Punti unici di accesso per l’utenza.
E’ fondamentale garantire l’integrazione socio-sanitaria attivando coordinamento e sinergia strutturata tra i Distretti delle Ulss e i nuovi Ambiti territoriali sociali, a cui è stata attribuita la piena titolarità della funzione socio-assistenziale e per i quali è necessario salvaguardarne la natura e la gestione pubblica.
Sono queste le priorità di intervento e le precondizioni per rafforzare il sistema di prevenzione e di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, nell’ambiente e nel territorio, e per garantire, anche nelle zone più periferiche e alle persone con più fragilità e difficoltà economica, l’accesso alla medicina di base e ai servizi specialistici, la presa in carico multidimensionale, la continuità assistenziale a livello territoriale e domiciliare, l’integrazione socio-sanitaria. Tutte funzioni che possono essere garantite e gestite solo da un sistema pubblico efficiente e universale.
Il bilancio economico-finanziario delle amministrazioni pubbliche dovrebbe garantire il diritto costituzionale alla salute e non condizionarne l’effettiva esigibilità, come da tempo avviene: basta pensare ai tempi lunghi d’attesa per l’accesso a servizi e prestazioni essenziali, ai milioni di persone costrette a rivolgersi alle strutture private o peggio ancora a rinunciare alla prevenzione e alle cure, alle tante carenze dell’assistenza territoriale. La causa principale di questa regressione sta nella progressiva riduzione in termini reali delle risorse investite nel sistema socio-sanitario pubblico, e nei gravi ritardi nella programmazione dei fabbisogni e dei percorsi formativi.
Serve al più presto invertire la rotta. Per questo la proposta di legge della Cgil per il Diritto alla Salute, che richiede di aumentare stabilmente il finanziamento del Fondo sanitario nazionale al 7,5% del Pil e di utilizzare le risorse aggiuntive esclusivamente per rafforzare il sistema pubblico, è uno strumento utile e necessario per tentare di incidere già sulla prossima legge di Bilancio. E per orientare su questi obiettivi la rappresentanza politica che, alle prossime elezioni, si propone di impedire la continuità del governo più autoritario e liberista della storia della Repubblica.
Consapevoli, peraltro, che le misure proposte non saranno realizzabili se contestualmente non si cambiano le scelte dell’Unione europea, che ha ripristinato i vincoli del Patto di stabilità e portato fino al 5% la spesa per il riarmo.
