
Nel settembre del 2020 Assodelivery – l’associazione datoriale a cui aderivano e aderiscono tutt’oggi Glovo e Deliveroo – firmava con un sindacato di comodo un accordo fortemente contestato dal sindacato confederale, poiché rappresentava il tentativo di normalizzare nel food delivery un modello fondato sul cottimo digitale, sulla precarietà permanente e sull’assenza di diritti: niente salario orario garantito, niente ferie retribuite, niente malattia, niente reale tutela della salute e sicurezza.
In netta controtendenza, nello stesso periodo Just Eat avviava un percorso che avrebbe portato alla nascita del modello ‘Scoober’. Dopo una lunga trattativa con il sindacato confederale, a fine marzo del 2021 l’azienda accettava di sottoscrivere un accordo sindacale che collocava i rider nel perimetro del Ccnl Logistica, Trasporto Merci e Spedizione, riconoscendoli come lavoratori dipendenti e titolari di tutti quei diritti che le altre piattaforme negavano: paga oraria, tredicesima e quattordicesima, ferie retribuite, Tfr, malattia e infortunio coperti, congedi retribuiti, diritti sindacali e rappresentanza per la sicurezza sul lavoro.
Per sostenere quel modello veniva costituita dalla multinazionale la società Takeaway.com Express Italy Srl e, insieme ai rider, venivano assunti impiegati, quadri e figure di coordinamento e progettazione incaricate di garantire ciò che nel resto del settore era stato scientemente eliminato: un’interfaccia umana tra l’algoritmo e chi, in strada e su due ruote, si sarebbe occupato di svolgere ritiri e consegne.
Nel food delivery prendeva così forma un’esperienza che su larga scala non aveva precedenti. Un modello che, pur dentro tutte le contraddizioni del lavoro tramite piattaforma, sarebbe stato in grado di dimostrare la compatibilità tra efficienza del servizio, sostenibilità economica, e il riconoscimento delle tutele e dei diritti tipici del lavoro subordinato.
Un modello che nel corso degli anni è andato consolidandosi anche attraverso i successivi rinnovi dell’accordo sindacale iniziale, l’ultimo dei quali avvenuto lo scorso febbraio quasi contestualmente agli interventi della Procura di Milano sulle piattaforme concorrenti, oggi poste sotto amministrazione controllata, per aver costruito, secondo la magistratura, un sistema fondato sulla precarietà strutturale e sull’utilizzo distorto del lavoro autonomo.
In questo quadro, emerge ancora più chiaramente la portata negativa della scelta compiuta da Just Eat con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo avviata pochi giorni fa. Procedura che non riguarda direttamente i rider, ma 42 su 82 lavoratrici e lavoratori dello staff interno. Persone che in questi anni hanno svolto funzioni decisive per il funzionamento del modello ‘Scoober’ – recruiting, formazione, coordinamento operativo, gestione dei turni e dei riposi, sicurezza sul lavoro, supporto quotidiano ai rider, spesso al primo impiego da dipendenti, anche nel comprendere regole e diritti – acquisendo sul campo competenze determinanti e un know-how che altrove non esiste. Un patrimonio professionale che li ha resi l’anello di congiunzione tra un algoritmo centralizzato e omologante e le specifiche necessità dei rider.
La procedura aperta ai sensi della legge 223/91 viene motivata dalla multinazionale con esigenze di razionalizzazione dei costi, automatizzando attività oggi svolte da persone.
Dietro la retorica dell’efficienza e dell’innovazione si nasconde una dinamica ben conosciuta: ridurre il costo del lavoro, comprimere le funzioni umane e sostituire progressivamente relazioni e competenze con processi automatizzati. Ma qui non stiamo parlando di semplici procedure amministrative. Le attività che l’azienda vorrebbe ridimensionare riguardano la gestione concreta delle persone, il supporto ai rider durante il lavoro, la sicurezza, il coordinamento operativo quotidiano.
Pensare di sostituire tutto questo con automatismi e intelligenza artificiale significa negare la natura stessa del lavoro. Significa immaginare che la gestione delle persone possa essere ridotta a un algoritmo. Per questo è necessario opporsi fermamente al licenziamento collettivo annunciato da Just Eat. È necessario non soltanto per difendere 42 posti di lavoro e il futuro delle persone coinvolte, ma perché questa vertenza riguarda l’intero settore del food delivery e il modello di lavoro che si vuole imporre nei prossimi anni, anche al di fuori di questo specifico comparto.
Colpire oggi le strutture umane che hanno reso possibile ‘Scoober’ significa indebolire uno dei pochi tentativi concreti di alzare il livello dei diritti dentro l’economia delle piattaforme.
La partita aperta da Just Eat va quindi ben oltre una normale riorganizzazione aziendale. È uno scontro tra due idee opposte di lavoro: da una parte quella della finanza e delle piattaforme, che considera il lavoro un costo da comprimere; dall’altra quella di chi rivendica diritti, tutele, sicurezza e dignità. Su questo terreno non può esserci neutralità.
