
Lavorare come psicologo all’interno di un istituto penitenziario significa operare ogni giorno in un contesto ad alta complessità umana, sociale ed emotiva. E confrontarsi con sofferenza psichica, storie di marginalità e trauma, disagio mentale, ma anche con condizioni strutturali spesso critiche che mettono a dura prova le persone detenute, e i professionisti chiamati a prendersene cura.
Da queste premesse nasce la ricerca promossa da Ordine degli Psicologi della Lombardia sulla condizione degli psicologi che lavorano negli istituti penitenziari. L’indagine è il primo passo di un percorso più ampio avviato dall’Ordine per comprendere le difficoltà dei professionisti del settore, e individuare possibili strategie di miglioramento insieme alle istituzioni coinvolte.
La ricerca prende avvio da numerose segnalazioni che denunciavano condizioni economiche e contrattuali inadeguate, ma anche crescenti criticità sul piano della sicurezza personale. Diversi episodi di cronaca hanno evidenziato che anche gli psicologi possono essere esposti a situazioni di aggressività e rischio durante il lavoro in carcere. Alcuni istituti, come l’Istituto Penale per Minorenni Cesare Beccaria, sono stati recentemente al centro di episodi ripetuti di incendi, tensioni e risse.
L’indagine ha fatto emergere tre grandi aree problematiche: sicurezza, formazione e condizioni contrattuali.
Il primo dato riguarda la percezione del rischio: per il 70% degli psicologi intervistati l’attività professionale in ambito penitenziario comporta rischi significativi per la sicurezza e l’incolumità personale. Il 58% dichiara di aver vissuto direttamente situazioni nelle quali si è sentito minacciato o in pericolo. Le criticità comprendono aggressività verbale verso terzi, aggressioni fisiche, tensioni relazionali e perfino rischio biologico.
Dati che si inseriscono in un quadro compromesso dal sovraffollamento degli istituti penitenziari lombardi, con livelli medi di sovraffollamento del 146% e punte intorno al 200%, come nella Casa Circondariale di San Vittore. In molte celle convivono fino a otto persone, in spazi insufficienti anche per le attività quotidiane più essenziali. Mancano anche gli spazi dedicati ai colloqui clinici, alle attività trattamentali e agli interventi psicologici.
A fronte dell’aumento della popolazione detenuta e della crescente complessità dei bisogni, le figure dedicate alla cura non sono aumentate in modo proporzionato. In Lombardia operano circa 150 psicologi penitenziari afferenti alle Asst e al ministero della Giustizia, ai quali si aggiungono gli operatori dei progetti del terzo settore, insufficienti rispetto alla domanda crescente di supporto psicologico.
Il profilo della popolazione detenuta appare infatti sempre più fragile sul piano psichico e sociale. Molte persone presentano storie di trauma multiplo, gravi condizioni di marginalità, dipendenze o disturbi mentali. Una quota significativa è costituita da detenuti stranieri che, a fine pena, non avranno possibilità di permanenza in Italia. Suicidi, autolesionismo e crisi acute rappresentano eventi frequenti.
Emerge poi il tema della formazione. Circa il 60% degli psicologi coinvolti nell’indagine dichiara di non aver ricevuto una preparazione specifica per la gestione di situazioni di rischio, aggressività o emergenza. Molti non sono stati inclusi nei percorsi di training sulla sicurezza rivolti al personale dell’amministrazione penitenziaria o delle aziende sanitarie.
Risultano assenti strumenti basilari di tutela: in diversi contesti, ad esempio, mancano dispositivi di emergenza come campanelli o sistemi di allarme analoghi a quelli presenti in alcuni reparti psichiatrici.
La ricerca evidenzia inoltre una forte criticità economica e contrattuale. La forma di lavoro prevalente è la partita Iva e il 75% dei rispondenti ritiene che non venga rispettato il principio dell’equo compenso. Per questo motivo l’Ordine chiede che le quote orarie riconosciute agli psicologi delle Asst vengano adeguate a quelle degli psicologi del ministero della Giustizia, in conformità alla normativa sull’equo compenso.
L’obiettivo dell’Ordine non è soltanto denunciare una situazione di sofferenza professionale, ma aprire un confronto con Regione Lombardia, le Asst e l’amministrazione penitenziaria per costruire interventi concreti.
Parallelamente, si sta avviando un dialogo con il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, per estendere la riflessione e confrontare la situazione lombarda con quella delle altre regioni.
I dati raccolti indicano la necessità di intervenire su quattro direttrici fondamentali: maggiore sicurezza degli spazi e dei dispositivi, formazione specifica e protocolli condivisi, strumenti di supporto professionale, più solido riconoscimento contrattuale del ruolo dello psicologo penitenziario.
Tutelare chi lavora nelle carceri significa tutelare anche la qualità della cura. E garantire il diritto alla salute mentale delle persone detenute rappresenta non solo un dovere professionale, ma anche un indicatore essenziale della qualità democratica di un sistema penitenziario.
