
Le immagini di barche a vela abbordate da droni, gommoni e navi militari, di soldati armati di tutto punto contro pacifici marinai a mani alzate, sono diventate il simbolo del viaggio della Global Sumud Flotilla. Se poi una di quelle barche, pur vandalizzata dall’esercito israeliano, senza il suo equipaggio rapito e malmenato, trasportata dalla corrente arriva sulla spiaggia della martoriata Striscia di Gaza, vuol dire che gli dei di mari e venti esistono. Poseidone ed Eolo hanno spinto in Palestina quel che rimaneva della Kasr-I-Sadabad dopo l’abbordaggio in acque internazionali.
Non si può fare una classifica delle vessazioni subite dai marinai di pace. Privati di tutto, acqua cibo, sonno, umiliati di continuo, minacciati con i taser, insultati, derisi, picchiati. Il benvenuto di Israele alle attiviste e agli attivisti della Global Sumud Flotilla è stato questo. Le voci si incrinano, mentre raccontano cosa hanno passato. “Quando ci hanno abbordato in acque internazionali hanno subito usato il taser sul collo di uno dei nostri compagni, chiedendo chi fosse il capitano, senza nemmeno aspettare una risposta – ricorda Antonella Bundu – Siamo arrivati ad Ashdod dentro un campo di concentramento galleggiante, non saprei descrivere in altro modo la nave carcere dove ci hanno trasferiti dopo essere stati sequestrati”.
Un’esperienza scioccante, di quelle che si vedono nei film o si leggono sui libri. “Mi hanno tirata via dal gruppo subito, spingendomi contro il muro e chiedendomi di togliere i pantaloni, fortunatamente ne avevo un altro paio sotto – continua Bundu – Mi hanno rubato le scarpe, ci hanno tolto tutto quello che avevamo. A una ragazza che soffre di epilessia hanno sbattuto due volte la testa per terra, solo perché aveva chiesto di poter avere i suoi farmaci”.
Espulsi da Israele, dopo uno scalo all’aeroporto di Istanbul i componenti italiani della Flotilla sono tornati in patria, e possono raccontare quello che è successo. La storia di una missione pacifista sequestrata da uno Stato, quello israeliano, che della guerra permanente ha fatto il suo primo comandamento. “Mentre passavamo fra i container c’era un soldato che ci puntava il laser del fucile sulla fronte per spaventarci. I bagni delle celle non avevano sistemi di scarico, nessuno ci ha dato acqua, sapone o carta igienica per poterci pulire”. Non è stato un incubo, è tutto vero. “Eravamo nelle celle, buttati per terra fra gli scarafaggi”. Antonella Bundu, ex consigliera comunale fiorentina, candidata alle ultime elezioni toscane con un grande successo personale (oltre il 5%), come gli altri marinai di pace aveva al polso una fascetta con un numero identificativo, le catene alle caviglie.
Un sequestro illegale, iniziato in acque internazionali e proseguito ad Ashdod. “Ci hanno perfino sparato addosso mentre ci abbordavano. Ci hanno sequestrato i passaporti. Da quel momento eravamo numeri su una nave-container. E noi eravamo dentro quei container”. Bundu è fra i ‘fortunati’ che non hanno riportato danni fisici evidenti. Solo qualche livido, ma i ricordi di quelle giornate non saranno facili da dimenticare. “Si dormiva rannicchiati nei container come in un carro bestiame al freddo della notte. Una volta in prigione la tortura era non farci dormire. La foto che ha fatto il giro del mondo, quella dei sequestrati inginocchiati nel porto, era in realtà uno dei momenti più leggeri. Invece non ci sono le immagini del tunnel da cui siamo stati costretti a passare una volta sbarcati: i militari israeliani ci spingevano, ci malmenavano, ci trattavano come bestie. E ridevano, ci riprendevano con le telecamere e con gli smartphone, orgogliosi del proprio comportamento. Mancano anche le immagini del cannone ad acqua che sparava un liquido giallo maleodorante”.
Bundu si sofferma sulla piccola gabbia di ferro in cui è stata rinchiusa: “Un metro e mezzo per un metro e mezzo, ammanettata, non riuscivo a muovermi. Siamo stati in un campo di concentramento galleggiante in mezzo al Mediterraneo. Non è un termine che uso con leggerezza. Non eravamo coperti da nessuna convenzione internazionale, solo persone senza documenti a cui era stato dato un numero, dentro a dei container circondati dal filo spinato, mentre ci sparavano addosso pallini”.
“Tutto quello che abbiamo passato – riflette Bundu – non è nulla rispetto a quello che vivono ogni giorno i palestinesi. Noi avevamo il privilegio di sapere che prima o poi sarebbe finita. A volte ti tenevano la testa così in basso che non riuscivi a camminare. Ognuno di noi ha vissuto cose simili eppure diverse, ognuno di noi è stato torturato in maniera diversa. Sappiamo dell’uso di taser su persone bagnate, al collo o sui genitali, sappiamo di molestie sessuali, e che hanno sparato sulle persone. Abbiamo visto gente implorare per allargare le fascette perché avevano le mani che stavano sanguinando”. Picchiati e umiliati, ma i marinai di pace non si piegano: “A Gaza c’è un genocidio, devono essere interrotti i rapporti militari, commerciali e accademici con Israele”.
