Il 9 febbraio scorso British Council comunica l’intenzione di procedere con una ristrutturazione delle proprie attività in Italia, prevedendo importanti tagli al personale distribuito nelle sedi di Milano, Napoli e Roma. Segue l’avvio della procedura di licenziamento collettivo: 108 licenziamenti su 130 dipendenti, una quarantina solo nella città di Milano.

La “riorganizzazione” prevede di fatto la fine delle attività, con un impatto, oltre che sul personale dipendente, anche su circa cinquanta collaboratori esterni: esaminatori, insegnanti, personale tecnico.

Il tracollo finanziario era già stato preannunciato a fine ottobre 2025 dal direttore generale Scott McDonald che, nel corso di un’audizione parlamentare, avrebbe dichiarato: “Stiamo vendendo tutto quello che abbiamo da vendere, non abbiamo altro”. Per salvare l’Istituto sarebbe stata ipotizzata anche la vendita di una collezione di opere d’arte del valore di circa 200 milioni di sterline per colmare il debito di 197 milioni di sterline (equivalenti a circa 227 milioni di euro) che British Council aveva contratto con il governo britannico durante la pandemia. Con l’allarme di “un reale pericolo finanziario” McDonald avrebbe lanciato la richiesta di aiuto, del tutto ignorata dal governo britannico che ha così condannando British Council al tracollo.

Rileviamo tuttavia una dicotomia: da una parte la richiesta di aiuto di McDonald per salvare le sorti dell’Istituto, dall’altra l’attuazione di strategie programmate proprio dal management londinese a danno del British Council. Mentre nel corso di questi ultimi anni il management londinese “procedeva al taglio progressivo dei costi e alla ‘riorganizzazione’ delle attività”, nel 2024 approvava un bonus di oltre 700mila sterline proprio a favore dello stesso management, per “il raggiungimento degli obiettivi strategici, la capacità di focalizzarsi su parametri chiave, premiare il contributo individuale al successo del British Coucil”.

Quali obiettivi strategici, quali parametri chiave e quale successo? Obiettivi come lo smantellamento pezzo per pezzo delle attività che ne rappresentavano il core business? La chiusura della partnership per la certificazione Cambridge? Il blocco di nuove iscrizioni, la interruzione della vendita di corsi in presenza tailor-made richiesti da società italiane in favore della promozione esclusiva dei corsi on-line?

Le dichiarazioni del direttore generale, la risposta del governo britannico e le strategie adottate dal management rafforzano quanto è stato contestato da Flc Cgil alla direzione di British Council in Italia: questa procedura non è il frutto di una crisi finanziaria, ma rappresenta una precisa e grave scelta politica voluta dal governo britannico, chiudere l’istituto e trasformarlo in un’azienda.

Ricordiamo che il British Council è un servizio dell’ambasciata britannica. Fondato nel 1934, opera in Italia dal 1951 con lo stato giuridico di organizzazione no-profit, ente di beneficenza e istituto culturale del Regno Unito. Sulla base delle nostre fonti tale forma giuridica avrebbe permesso all’istituto di beneficiare di sgravi fiscali e nel contempo agire come un’azienda, con obiettivi e risultati di profitto. Ci domandiamo come queste due anime no-profit e profit siano compatibili tra loro anche ai fini fiscali.

Flc Cgil contesta che British Council non è in riorganizzazione: non sono previsti nuovi piani industriali, nessun reinvestimento oltre al trasferimento di parte del business a soggetti esterni senza alcuna tutela per il personale.

Con la delocalizzazione dell’insegnamento e della cultura in paesi come India, Egitto, Pakistan, in cui il costo del lavoro è nettamente inferiore rispetto ai paesi europei e le tutele sono fragili, assistiamo a fenomeni inimmaginabili prima della pandemia e resi possibili dalle nuove tecnologie. Riteniamo pericolosa e dannosa la sostituzione delle relazioni umane con l’algoritmo dell’Ia che favorisce un mercato ad alta redditività che avvantaggia pochi soggetti che tirano le fila. Occorre riflettere sui limiti della normativa italiana e sulla necessità di urgenti nuove misure legislative, in linea con i cambiamenti globali che corrono ad altissima velocità.

Con la chiusura degli enti culturali e la tendenza sempre più diffusa dei governi a tagliare fondi all’istruzione e alla formazione, assistiamo a un tragico cambio di paradigma internazionale: il passaggio dalla strategia del ‘soft power’, basata su dialogo e scambi interculturali che rappresentano le fondamenta della pace, a quella del ‘bomb power’, basata su prepotenza e interessi economici che alimentano culture di guerra e di odio fra i popoli, fondamento di guerra e distruzione.

Flc Cgil respinge con grande determinazione questa logica; diciamo no alla guerra, no ai licenziamenti, parole d’ordine sulle quali è stato convocato lo sciopero del 4 giugno, con una manifestazione a Roma in Piazza Santi Apostoli.

3 giugno 2026)