La Bolivia si trova ancora una volta a un bivio storico. L’arrivo di Rodrigo Paz alla presidenza alla fine del 2025 prometteva di inaugurare un nuovo ciclo politico e di lasciarsi alle spalle il prolungato declino del Movimento per il Socialismo (Mas). Tuttavia, l’entusiasmo generato dalle elezioni si è dissolto con sorprendente rapidità. Oggi il Paese non solo si trova ad affrontare una polarizzazione cronica, ma anche l’inevitabile collasso di un modello economico ormai esaurito, soffocato dalla mancanza di valuta estera e di combustibili, che minaccia la governabilità della nazione andina.

Per comprendere la radice della crisi, è necessario analizzare il collasso strutturale. Per quasi due decenni, il modello boliviano si è sostenuto grazie alle esportazioni di gas naturale e a un solido sistema di sussidi statali. La fine del boom energetico e il drastico calo delle riserve internazionali hanno lasciato lo Stato privo della liquidità necessaria per mantenere i sussidi agli idrocarburi. In questo contesto, il presidente Paz ha assunto il potere con un Parlamento estremamente debole e un tessuto sociale frammentato. La scintilla decisiva è stata il tentativo di attuare riforme di austerità attraverso la controversa legge 1720 sulla regolamentazione agraria; sebbene la mobilitazione popolare ne abbia imposto l’abrogazione, la scintilla aveva già innescato una polveriera alimentata da mesi di inflazione e penurie.

L’attuale panorama delle proteste è eterogeneo ed ha paralizzato il Paese. Blocchi sociali – la Centrale dei Lavoratori Boliviani (Cob), i sindacati agricoli, i minatori, i lavoratori dei trasporti e le associazioni di quartiere nei centri urbani come El Alto – hanno bloccato le principali strade di La Paz, Cochabamba e Santa Cruz. Le conseguenze immediate sono devastanti: l’industria nazionale registra perdite superiori a 600 milioni di dollari, e le principali città della parte occidentale del Paese soffrono gravi carenze di cibo e medicinali, con conseguente crisi umanitaria.

Mentre il governo si dibatte tra l’impiego delle forze armate per contenere i disordini e l’urgente necessità di assistenza finanziaria internazionale, l’ex presidente Evo Morales esercita pressioni dalle sue roccaforti sindacali nella regione del Chapare, denunciando persecuzioni giudiziarie attraverso i mandati di arresto emessi nei suoi confronti.

Tuttavia, il conflitto boliviano non può essere spiegato unicamente dai suoi confini interni; esistono dinamiche al di fuori del palazzo presidenziale che stanno plasmando la crisi. Sul piano esterno, la riattivazione della cooperazione in materia di difesa con gli Stati Uniti dopo due decenni di collasso istituzionale – simboleggiata dal sostegno di Washington a quello che definisce un tentativo di destabilizzazione – introduce un fattore geopolitico decisivo.

Dietro la retorica sulla sicurezza si cela un interesse strategico nel controllo delle risorse del Cono Sur. La Bolivia, infatti, possiede le maggiori riserve mondiali di litio, l’“oro bianco” essenziale per la transizione energetica e per l’industria automobilistica europea. Per gli Stati Uniti, garantirsi un accesso preferenziale a questo minerale critico e impedire che cada sotto il controllo esclusivo di Pechino o Mosca è un imperativo di sicurezza nazionale. Questa vulnerabilità espone il Paese alla classica “maledizione delle materie prime”, un fenomeno che ricorda fortemente il crollo del prezzo del petrolio nel vicino Venezuela: l’esaurimento delle entrate estrattive (in questo caso, il gas) mina in ultima analisi la sovranità finanziaria dello Stato.

Nel medio termine, per risolvere questa tempesta perfetta è necessario implementare tre possibili soluzioni tecniche e istituzionali.

Patto economico e fiscale nazionale: un accordo di emergenza tra lo Stato, i governi subnazionali e i settori produttivi per chiarire i sussidi e definire una politica per attrarre investimenti esteri con certezza giuridica.

Apertura finanziaria multilaterale: negoziare con urgenza aiuti finanziari con organizzazioni come il Fmi, eliminando i dogmi ideologici dal dibattito per stabilizzare la bilancia dei pagamenti.

Istituzionalizzazione dell’agenda elettorale: fornire piene garanzie di processi democratici trasparenti che fungano da valvola di sfogo per le tensioni accumulate.

Il fenomeno boliviano rappresenta un paradosso: l’esaurimento di un modello economico ha finito per minare la stabilità di un nuovo governo in soli sei mesi. Non si tratta di una semplice rivolta ciclica; è un territorio conteso in cui la sovranità finanziaria, il controllo delle risorse naturali e le pressioni internazionali si scontrano alla ricerca di un nuovo equilibrio regionale, mentre la popolazione civile subisce le conseguenze più drastiche.

Speriamo che l’esito di questo conflitto porti al benessere e allo sviluppo del nobile popolo boliviano, insieme ai suoi leader. 

(2 giugno 2026)

*L’autrice, per anni parlamentare in Ecuador, è sorella dell’ex Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa.