
Torino si scopre armata. A dare la sveglia, seppure con un certo ritardo, è l’arcivescovo Roberto Repole, che nella giornata del Primo Maggio ha criticato la tentazione diabolica di superare la crisi torinese dell’automotive con l’investimento nel settore delle armi, a partire dal nuovo polo dell’aerospazio. Ma come Mosè contro gli idolatri del vitello d’oro, l’arcivescovo è rimasto inascoltato dalle grandi famiglie cattolico-democratiche, come dai circoli politici che governano la città instancabilmente da almeno cinquant’anni. Gli stessi che sull’economia di guerra hanno iniziato a investire non per moda ma per margine di guadagno.
Il sindaco come il rettore del Politecnico, i vertici di Leonardo e di Thales Alenia come quelli di Banca e Fondazione San Paolo, hanno tutti taciuto sommessamente. Lo “spirito” di San Giovanni Battista – patrono della città – pure questa volta ha gridato nel deserto. Però lo sprone del vescovo è stato raccolto da una parte della sua base sinodale, e rilanciato. E’ anche questo un modo per fare pressing sugli interessi delle grandi famiglie che da sempre dirottano una parte dei loro grassi proventi finanziari verso le “opere di bene”, cioè nell’inclusione sociale.
Questa componente laica diocesana è la stessa che si batte di più nella città per i diritti degli immigrati, per la pace, per Gaza. Ha organizzato un convegno il 25 maggio scorso sulle possibili alternative alla “Città delle armi”, in cui, a partire da una presa di posizione prima di tutto etica, pone la scelta di una diversa economia di pace, per proporre un altro modello di sviluppo alternativo a quello fondato su un’economia armata. Dall’ “a priori” evangelico pacifista è disceso un confronto ampio su quali direttrici e con quali modalità si può riconvertire la produzione bellica nella metropoli, a partire dal coinvolgimento di chi lavora e vive del settore.
Capitalisti e lavoratori
La realtà purtroppo è molto più brutale dell’etica cattolica. La questione dell’industria dell’armamento quale concreta alternativa a Torino al “declino manifatturiero” è stata disgraziatamente agitata di fronte all’ennesimo anno di crisi dell’automotive territoriale, come dalle scelte sempre più sfacciate della famiglia Agnelli-Elkann di abbandonare per sempre la città. Dall’Iveco a La Stampa, dopo la Magneti Marelli, con Mirafiori sempre appesa al filo di progetti che appaiono e scompaiono, macinando settimane e settimane di cassa integrazione.
In realtà la questione del polo bellico legato all’aerospazio è vecchia, risale al polo aeronautico del primo novecento, rafforzato con le due guerre e poi col boom economico. Oggi la crisi dell’industria componentistica legata all’auto, che sembra definitiva per gli sbagli strategici dei player tedeschi, ha scoperto il vaso di Pandora.
Se guardiamo ai semplici dati, oggi l’industria manifatturiera di Torino copre il 23% del Pil dell’area metropolitana torinese. Il resto è del terziario, con l’1% del primario. Dentro a questa fetta di torta l’automotive partecipa per un 6%, mentre l’aerospazio per un 5%. Sono due settori ormai quasi appaiati in un territorio dominato dai servizi terziari, pubblici e privati. Sicuramente è il livello tecnologico, di ricerca e sviluppo, oltreché di alto valore aggiunto che rende questi settori strategici, anche per le ricadute sul settore dei servizi e della formazione e conoscenza.
Si pensi al ruolo del Politecnico nel territorio come polo della ricerca e sviluppo, nonché come realtà universitaria crescente che permette a questa città di vivere anche sulla presenza di una popolazione di 120mila universitari (40mila del Politecnico), di cui una parte (44mila) fuori sede.
L’aerospazio ha un fatturato di 8 miliardi, impiega 35mila dipendenti su 450 imprese con due grandi player, Leonardo e Thales Alenia Space. Anche qui abbiamo un’importante rete di piccole e medie imprese. Sull’export nazionale dell’aerospaziale il torinese incide per il 28,6%, giocando un ruolo leader, di questo il 65% è di natura militare. Del fatturato ben il 55% è del settore bellico. I maggiori clienti della produzione torinese sono Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Kuwait, Qatar, Israele, Giappone e Corea del Sud.
Il settore dell’automotive impiega 48mila dipendenti per 700 imprese. Fra questi l’Ingegneria design coinvolge 13mila dipendenti. Su un altro versante, il turismo partecipa del 10% al Pil del territorio per 50mila dipendenti, di cui la metà (come fetta di Pil e occupazione) sono strettamente riconducibili al settore ricettivo-ristorativo.
Nella sede dell’Alenia si sta costituendo un hub – la Città dell’Aerospazio – della space economy, robotica e Ai che unisce Politecnico, istituzioni locali (Comune, Regione, Banca San Paolo …), in grado di usare finanziamenti pubblici ed europei come anche il Pnrr.
Leonardo è focalizzato più su produzioni militari: aerei che esporta ai paesi del Medio Oriente e in Unione europea (F-35 Lightning II, Eurofighter T, caccia di 3^ generazione Gcap). Thales Alenia Space è più specializzata sulle reti di osservazione e monitoraggio satellitare (Costellazione Iride, finanziato col Pnrr, carghi orbitali logistici), come quelle che coprono il Mediterraneo e il Nord Africa, in grado di individuare i gruppi di migranti che attraversano il deserto e poi il mare, potenzialmente arrivando al riconoscimento delle identità, tale è livello di raffinatezza tecnologica in possesso di questo colosso europeo. Ovviamente, dall’assunto ideologico che dai migranti bisogna “difendersi”, deriva quest’applicazione tecnologica fuorviante, al di fuori di un qualsiasi controllo democratico del paese.
Ricordo qui che non a caso Thales Alenia fu oggetto di una ben visibile contestazione da parte di militanti pro-Gaza nella giornata di sciopero generale del 3 ottobre scorso contro la guerra e in solidarietà al popolo palestinese. In quel giorno nessuno o pochi scioperarono all’Alenia, le macchine dei “crumiri” furono prese a pietrate dai manifestanti. Con grande scandalo dei giornali e delle istituzioni locali per il gesto. I crumiri vennero rimborsati per i danni dall’azienda. Ci si scatenò contro il dito senza voler vedere la luna, ancora una volta. E oggi dieci ragazzi sono inquisiti per quei fatti e soggetti a misure cautelari di libertà ridotta.
Denunciare il ruolo della produzione militare nella metropoli torinese non trova ascolto nell’intellighenzia, come nella politica. Così come la proposta di riconversione, per quanto pratica e fattibile, a causa dell’entità degli interessi toccati, del peso degli occupati e del “valore” economico prodotto da rimpiazzare. Tant’è che nello stesso nostro sindacato non se ne parla, si omette il problema. Pur essendo presenti negli stabilimenti di Leonardo e Thales Alenia non si è mai aperto un dibattito pubblico che coinvolgesse i lavoratori diretti. Così come invece si è fatto per la crisi di Mirafiori e del settore auto, cercando, a partire dalla Fiom e dalla Camera del Lavoro di Torino, di aprire più volte delle vertenze sul futuro manifatturiero della città. La postilla “produzione militare” è sempre stata dimenticata, demandandola alle associazioni pacifiste del territorio.
Ultimamente la Fiom ha organizzato un convegno sulle potenzialità economiche e occupazionali dell’economia circolare e della rigenerazione delle componenti delle auto (un ramo che attualmente occupa 48mila addetti, in parte a partita Iva). All’interno di questo confronto seminariale sono emerse idee e suggestioni per un futuro possibile per la fabbrica di Mirafiori e parte dell’indotto auto. Purtroppo questa occasione è stata disertata dalle altre categorie della Cgil, soprattutto da quelle direttamente interessate al tema (Fp e Filctem). Segnale che nemmeno sulle diverse vie della riconversione di ciò che viene dismesso o va in crisi, a Torino si riesce ad avviare una discussione che, partendo dagli interessati, coinvolga il resto del mondo del lavoro e quindi della città tutta, a partire dalle sue istituzioni.
Sulla questione dell’adesione a una cultura antimilitarista, di riconversione delle produzioni militari in produzioni di pace, in Cgil siamo ancora all’anno zero. Aspettiamo fiduciosi il prossimo congresso. Augurandoci che qualcuno inizi a scrivere qualcosa contro la cultura militarista sempre più pervasiva nel nostro paese, contro le produzioni militari che fanno Pil, export e soprattutto profitti, per iniziare a pensare e concretizzare dei processi di riconversione delle produzioni di morte.
Soprattutto, questo avrebbe valore di fronte a quei lavoratori, anche nostri iscritti, che hanno avuto il coraggio di boicottare l’invio di armi nelle zone di guerra come la Palestina, così come hanno favorito la spedizioni di beni di necessità e viveri a quelle popolazioni che soffrono delle conseguenze delle immani distruzioni provocate dalle guerre.
