“Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. (W. Thomas)

Diciamolo chiaramente: l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere trasmessi come una disciplina scolastica, non esiste alcun piano malevolo di trasformazione sociale che faccia leva sul mondo arcobaleno e la ‘teoria gender’ così come propagandata dalle destre non esiste, o meglio sta alle ‘Gender Theories’ come il terrapiattismo alla geologia.

Ma un progetto alla base di questa assurda storia c’è stato ed è chiaro, un disegno di manipolazione delle masse volto al consenso elettorale: la creazione della minaccia, del nemico della porta accanto, della sfiducia nelle istituzioni di prossimità come la scuola e la visione invece di messianica risolutività del potere centrale legittimato dal plebiscito dei social.

Così a dieci anni di distanza dalla messa all’indice di “Piccolo blu e piccolo giallo” a Venezia, entra in vigore questa legge sul consenso informato che impone alle scuole secondarie (infanzia e primaria non se ne parla proprio) di acquisire l’autorizzazione di tutte le famiglie degli alunni interessati per attività di ampliamento dell’offerta formativa che riguardino la sessualità.

Ampliamento vuol dire attività aggiuntive che esistono perché dall’entrata in essere dell’autonomia scolastica (primi anni 2000) gli istituti non si limitano più alle attività ordinamentali del mattino, ma in base all’analisi dei bisogni organizzano attività collaterali. Le scelte effettuate entrano in un documento pubblico (Piano triennale dell’Offerta Formativa) che viene approvato da organi collegiali di cui già fanno parte le famiglie nella componente dei propri rappresentanti, come il Consiglio d’Istituto di cui un genitore è persino presidente, e che vede in questo modo ridotta la propria capacità rappresentativa.

Il consenso informato in ogni caso non va acquisito per inserire un’unità d’apprendimento nel proprio piano di lavoro disciplinare o transdisciplinare, né per rispondere alle domande spontanee, può riguardare solo e soltanto le attività aggiuntive.

Questo a beneficio della verità, non per sminuire la portata di un provvedimento che limita l’attività delle scuole nella loro capacità di rispondere a eventuali bisogni in maniera efficace e sostanziale, che invece di implementare la collaborazione scuola-famiglia mina la fiducia nei confronti dei docenti perimetrandone la capacità di agire e di compensare la famiglia.

Di fatto è l’ennesima profonda scollatura tra l’esigenza vera dei nostri e delle nostre giovani e ciò che la scuola può dare a tutte e tutti, perché gli eventuali esclusi potrebbero essere proprio coloro che avrebbero più bisogno. E una grave mancanza di visione politica: nelle “Indicazioni” Valdirara-Perla-Galli Della Loggia non compare una sola riga che riporti una disamina sensata su come l’intelligenza artificiale trasformerà il mondo della conoscenza, eppure siamo di fronte a una rivoluzione che chiamano persino antropologica.

In questo contesto, il valore imprescindibile della scuola si situa ancora di più nella relazione umana. Quella attuale dovrebbe essere scuola dell’interiorità, del saper essere, del volere essere, del naturale essere. E se possiamo affermare con certezza che trattare i temi della sessualità a tutto tondo rende più liberi di manifestarsi, possiamo parimenti sostenere che il tema della violenza e della discriminazione sulla base del genere e dell’orientamento sessuale non è scollegato dalla sessualità, dalle questioni del consenso, del rapporto tra desiderio e diritto, degli stereotipi e dei ruoli sessuati.

Per cui l’obbligatorietà di praticare l’educazione alle relazioni, che Valditara va sbandierando aver inserito nei suoi documenti, avulsa da un discorso sulla sessualità, è fuffa, inefficace, impraticabile. E’ una predicuccia buonista che abbandona le curiosità alla frequentazione (tuttora libera) dei siti porno, in cui finzione e realtà si confondono e in cui domina ancora una visione maschilista dei rapporti agiti da uomini assai prestanti e iper dotati e subiti da donne, uomini o trans dalle esorbitanti capacità ricettive.

Per cui no, la legge sul consenso informato non rispetta le famiglie, le strumentalizza, crea sacche di disagio, ipocrisia, ignoranza, potenziali sofferenze. E non abbiamo tempo nella modernità liquida, il tempo stringe, perché come teorizzava Agamben, ‘domani’ non è un fatto cronologico ma una possibilità di trasformazione che emerge nel presente, il domani autentico è ciò che rende l’oggi diverso da se stesso.

Se i nostri e le nostre giovani ce la faranno non sarà grazie, ma nonostante.