Sono passati ormai 57 anni da quella notte al Greenwich Village che cambiò per sempre l’agenda delle rivendicazioni dei diritti della comunità gay, oggi riassunta nell’acronimo inclusivo lgbtq+. E, a distanza di molti anni, nonostante rimanga ancora il dilemma di cosa diede il via a quella sorprendente rivolta nello storico locale “Stonwall inn” di New York – se un lancio di una bottiglia attribuito alla carismatica transgender Sylvia Rivera o cos’altro – resta il fatto che il 28 giugno del 1969 la comunità gay abbandonò la strada della clandestinità e della rassegnazione, per indossare la maglia dell’orgoglio di una realtà fino ad allora umiliata e silenziata dalle frequenti irruzioni della polizia con azioni di disturbo ed intimidazione. Le incursioni delle forze dell’ordine negli anni ‘60 non erano affatto degli innocui fermi ma veri e propri atti di repressione che sfociavano nella violenza e nelle schedature, quando non addirittura in arresti per atti osceni con conseguenze sociali disastrose per i malcapitati.

Le notti che seguirono da quello storico evento che cambiò per sempre la coscienza omosessuale furono un susseguirsi di manifestazioni, con l’adesione di centinaia di persone che dissero basta alle costanti provocazioni.

Nello stesso periodo l’Italia ricalcava la politica persecutoria anche se con delle sfumature più note come “tolleranza repressiva”, dove non era la legge a reprimere l’omosessualità ma la forte censura sociale e della chiesa. Le leggi del nostro Paese non prevedevano un reato penale specifico, la pressione delle forze dell’ordine si esplicava col richiamo di altri reati previsti dal codice quali “atti contrari alla pubblica decenza” piuttosto che “oltraggio al pudore”.

Emblematico e ricordato come il caso per eccellenza della peggiore persecuzione dell’omosessualità in Italia, il caso Braibanti nel 1968, accusato di plagio, reato poi abolito nei primi anni ‘80 dal nostro codice ma che costò allo scrittore una condanna di ben nove anni di reclusione.

A distanza di molti anni, in una società profondamente cambiata e spesso irriconoscibile agli occhi di chi ha marciato tra mille ideali nella stagione della “fantasia al potere”, cosa è rimasto di quella epica stagione ancora oggi ricordata come l’inizio di un tortuoso cammino verso una società più inclusiva? Sicuramente l’entusiasmo e l’orgoglio di una comunità che da quell’esempio ha trovato la forza per gridare al mondo il desiderio di libertà e uguaglianza.

L’eco di Stonwall arrivò con un certo ritardo in Italia con la nascita del Fuori nel 1971 a Torino (prima associazione organizzata per la liberazione omosessuale) e immediatamente dopo con la manifestazione nell’aprile del 1972 a Sanremo, durante un convegno internazionale di sessuologia nel quale gli psichiatri dell’epoca avvaloravano la tesi della malattia, i cui presupposti sopravvissero per molti anni.

Soltanto nel 1990 l’Oms cancellò quella vergogna, mettendo fine ad una stagione che causò innumerevoli drammi oltre ad alimentare una ondata di pregiudizi ulteriormente alimentati dall’avvento della epidemia di aids, nel corso degli anni ‘80, per quasi un decennio definita la “malattia dei gay”.

Per molti anni “gay pride”, nel frattempo mutato in “Pride” faticò ad affermarsi come manifestazione di massa nel nostro Paese e raramente sconfinava oltre i centri delle più grandi città. La paura smorzava il coraggio di molte persone che idealmente volevano urlare il loro sentimento al mondo e che fino ad allora lo avevano fatto solo con se stesse. Per tutti gli anni ‘80 portare in piazza più di qualche decina, o qualche centinaio nella migliore delle ipotesi, di manifestanti è sembrato un limite.

Dagli anni ‘90, e ancor di più dagli anni duemila, il Pride, nella sua accezione più inclusiva di giornata delle libertà civili, è cresciuto a dismisura fino a raggiungere numeri impensabili anche per i più ottimisti, nell’ordine di diverse centinaia di migliaia di manifestanti nelle grandi città del Paese, e con una diffusione significativa anche in molti centri minori delle nostre città. Ed è proprio questo uno dei fenomeni più significativi intervenuti nel corso degli ultimi anni, ossia la capillarità con la quale si sono diffuse queste manifestazioni che vedono un’ampia partecipazione da parte di un pubblico non necessariamente riconducibile alla galassia lgbtq+.

Davanti al deserto dell’individualismo dei nostri giorni, dalla crisi della politica, dei partiti e dal diffuso astensionismo in occasione delle tornate elettorali, l’entusiasmo che suscita oggi, soprattutto tra i giovani, l’appuntamento di ogni Pride accende l’ottimismo, che si contrappone al clima dai toni oscurantisti che ha colpito anche al cuore dell’Europa, a torto o ragione culla della civiltà.