
Nella celebrazione del 125esimo anniversario dalla nascita della categoria, un ricordo-riflessione di un metalmeccanico militante.
Nel settembre del 1972 sono entrato come operaio alla Cge di via Bergognone 34 a Milano. Venivo da una piccola azienda artigiana e i miei primi giorni nella grande fabbrica metalmeccanica sono stati complicati. Era tutto diverso: c’era la sirena che scandiva turni e orari, “l’imparziale”, ossia il dispositivo di controllo usato all’uscita dal lavoro (le guardie schiacciavano a caso un pulsante e il lavoratore che in quel momento stava passando veniva perquisito), ma c’era anche la mensa e il Fas (Fondo Assistenziale Solidaristico). Insomma, un altro mondo rispetto a quello da cui provenivo.
Non avevo ancora terminato il periodo di prova di quindici giorni che un lavoratore del mio reparto, che non era del Consiglio di Fabbrica, mi ha avvicinato e mi ha chiesto se volevo iscrivermi alla Fiom Cgil.
A quei tempi il mondo politico vedeva la presenza di due grandi partiti di massa, il Pci e la Dc, diversi per ispirazione e obiettivi ma con un grande radicamento sociale: io avevo già in tasca la tessera del Pci e quindi l’iscrizione alla Fiom era naturale.
Quattro anni dopo, nel 1976, sono stato eletto nel Consiglio di Fabbrica, in “quota impiegati” anche se ero operaio. Il Cdf aveva uno statuto, che al momento dell’insediamento veniva letto, e che al primo punto recitava “Il Cdf della Cge è pacifista”. Sulla formulazione di quell’articolo ci furono accese discussioni tra i delegati, ma alla fine rimase invariato.
La grande fabbrica e la Fiom sono state per me una scuola di vita. La Fiom dei miei primi anni da delegato era un’organizzazione prevalentemente operaia, con un basso livello di scolarizzazione. Solo dopo gli anni ‘80, tra gli impiegati, arrivarono i diplomati e i laureati e poi le donne, alcune delle quali successivamente sono diventate dirigenti sindacali e hanno lasciato il segno.
C’è stata l’esperienza straordinaria e innovativa della Flm (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) – che a Milano aveva la sede in piazza Umanitaria 5 – in controtendenza rispetto alle divisioni tra Cgil, Cisl e Uil a livello confederale. Quella fase unitaria è stata una storia a sé, fatta di costruttivi rapporti politici e sindacali, di grandi lotte e conquiste. Una storia che si è conclusa del 1984 dopo la sconfitta alla Fiat. Fu una scommessa ambiziosa, coraggiosa e persa, se guardo ai livelli di divisione tra le organizzazioni di oggi.
Con la Fiom, stando in fabbrica, ho vissuto, oltre alle lotte per la conquista dei vari Contratti nazionali di lavoro, anche gli accordi storici del 1992, le contestazioni in Piazza del Duomo, l’accordo sulle pensioni del 1995, gli scioperi generali e le mobilitazioni che hanno fatto avanzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche le grandi ristrutturazioni, le dismissioni, i licenziamenti, i momenti in cui di fronte alla crisi economica del paese ci siamo assunti la responsabilità di far tirare la cinghia ai lavoratori.
Nel dicembre del 1997 sono uscito dalla fabbrica (che nel frattempo aveva cambiato nove diventando Ge Power Control), e dopo un periodo di mobilità la Fiom di Milano mi ha chiamato a dare una mano all’organizzazione in Camera del Lavoro. In questi trenta anni ho visto molte trasformazioni e alcuni passaggi organizzativi anche sofferti: il lavoro è cambiato, il contesto politico è mutato, sono cambiati i lavoratori ed è cambiata la Fiom. Sì, perché quello di oggi non è più il tempo delle grandi conquiste ma quello della resistenza, dentro e oltre i luoghi di lavoro, in assenza di sponde politiche e con rapporti di forza squilibrati a favore delle imprese, lavoratori precari e quindi ricattabili oppure (in alcuni settori e soprattutto nelle alte qualifiche) convinti di potersela cavare da soli. Salvo poi scoprire l’importanza del sindacato e dell’azione collettiva quando rischiano di trasformarsi in esuberi.
A volte, lo ammetto, ho un po’ di nostalgia per i giorni in cui facevamo la storia. Poi guardo la Fiom di Milano, che ha investito davvero sui giovani, e vedo ragazze e ragazzi a cui ovviamente manca l’esperienza (che si acquisisce sul campo) ma non la motivazione, la passione, la capacità di comunicare con strumenti che non sono più il volantino stampato. Ci guardo nei presidi davanti alle aziende a sostegno delle vertenze contro le delocalizzazioni, le chiusure, i licenziamenti o nelle manifestazioni di piazza, nei cortei, con la nostra “divisa”: d’inverno la felpa ormai famosa nata ai tempi dello scontro con la Fiat, nella stagione calda le magliette con il logo bene in vista.
Vedo una bella Fiom con una identità forte e valori condivisi che ha mantenuto salde le radici ma sa affrontare il presente e guardare al futuro, vedo compagne e compagni che stanno bene insieme e penso che possiamo reggere per altri 125 anni.
