Nel 2001 un altro mondo era possibile. Oggi, semplicemente, non ci possiamo permettere il lusso di dimenticarlo.

Il 16 luglio 2001, a Genova, l’incontro di apertura del Public Forum organizzato, tra gli altri, dalla Rete Lilliput all’interno del Genoa Social Forum, aveva un titolo che oggi suona meno come uno slogan e più come una diagnosi: “Questo mondo non è in vendita”. Non era una formula retorica ma il tentativo di dare un nome al punto esatto di rottura degli equilibri globali: la vita, la terra, l’acqua, il lavoro, la salute, la democrazia non potevano essere consegnati al mercato come merci qualsiasi.

A quell’assemblea parteciparono la politologa Susan George, che abbiamo salutato pochi mesi fa, Walden Bello, economista filippino e direttore di ‘Focus on the Global South’, Lucia Marina Dos Santos del Movimento Sem Terra. A riascoltarla oggi, quella prima giornata di confronto appare come una finestra spalancata su quella surreale settimana del G8, ma anche sull’altrettanto incredibile mappa delle crisi che avremmo attraversato nei venticinque anni successivi.

Vittorio Agnoletto, nel suo nuovo libro “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani”, appena pubblicato da Tab edizioni, ricorda quell’assemblea come il momento più forte, anche emotivamente. Persone arrivate dall’Argentina, dalle Filippine, dal Brasile, dall’Indonesia, dall’Africa centrale, dall’Australia, portavano ciascuna la propria vertenza ma già sapevano che nessuna vertenza si sarebbe salvata da sola. Si parlava di Tobin tax, cancellazione del debito, piani di aggiustamento strutturale, beni comuni, acqua, armi, guerra, accordi di libero scambio. Si capiva che il pescatore filippino, il contadino brasiliano, il movimento africano contro il debito e l’attivista europeo contro la speculazione finanziaria stavano nominando lo stesso sistema.

Venticinque anni fa c’era già tutto. C’era Walden Bello che, intervenendo al Forum di apertura, avvertiva che, se il modello di sviluppo dei Grandi fosse continuato, nel giro di pochi anni il pianeta avrebbe conosciuto cambiamenti tali da mettere a rischio la vita di milioni e milioni di persone. Lo diceva prima che lo tsunami nell’Oceano Indiano travolgesse intere coste asiatiche, prima che lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento delle temperature, la crisi climatica, le migrazioni ambientali entrassero nella conversazione quotidiana. Anche nelle sue riflessioni più recenti sulla “deglobalizzazione”, Bello continua a sostenere che non basta assistere alla crisi dell’egemonia statunitense o della vecchia globalizzazione: occorre costruire una distribuzione diversa del potere e delle risorse, altrimenti la fine di un ordine ingiusto può aprire soltanto a nuove forme di autoritarismo, nazionalismo economico e competizione feroce.

Susan George, allora presidente di Attac Francia, diceva che se la finanza avesse continuato a prendere il sopravvento sull’economia reale, l’Europa sarebbe andata incontro a una crisi economica e sociale senza precedenti. È esattamente quello che è accaduto. Prima la crescita incontrollata dei capitali speculativi, poi la crisi del 2008, poi l’austerità, poi il trasferimento del costo della crisi sui salari, sui servizi pubblici, sui sistemi sanitari, sulla scuola, sul lavoro. George aveva dedicato la vita a smontare i meccanismi opachi del potere economico, dai debiti del Sud globale al ruolo del Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale agli accordi commerciali, fino al potere delle grandi corporation. Oggi ci siamo dentro fino al collo.

Per questo il 16 luglio 2001 non va ricordato come una premessa ingenua ai giorni della repressione, ma come un punto molto alto di una capacità di lettura collettiva. Quel movimento aveva visto prima di molti altri che la globalizzazione neoliberista non era soltanto commercio, ma un sistema politico. Aveva visto che gli accordi di libero scambio avrebbero abbassato le tutele sul lavoro e sull’ambiente. Aveva visto che la terra sarebbe stata aggredita dall’agrobusiness, dalle monocolture, dalla concentrazione fondiaria, dalla trasformazione del cibo in merce finanziaria. Aveva visto che la ricchezza si sarebbe concentrata in poche mani e che questa concentrazione economica avrebbe prodotto una concentrazione politica. Aveva visto che la democrazia sarebbe stata svuotata, perché un governo indebitato, ricattato dai mercati, esposto agli arbitrati internazionali e dipendente dai fondi globali, vuole decidere sempre meno.

Oggi quei temi tornano con una durezza nuova. La finanza non si limita più a speculare: entra nella sanità, nell’abitare, nell’energia, nelle infrastrutture, nella cura degli anziani, nella ricerca, nel cibo. Il lavoro non è solo sfruttato, è frammentato, reso invisibile, disperso lungo filiere in cui il padrone scompare dietro appalti, piattaforme, fondi, subforniture. La terra è contesa tra agricoltura industriale, estrattivismo, compensazioni verdi, grandi opere, logistica, energia. E la politica, invece di governare questi processi, spesso li accompagna, li facilita, li chiama modernizzazione.

A venticinque anni da Genova, allora, il punto non è solo commemorare. È rilanciare. Rilanciare la tassazione delle transazioni finanziarie, oggi ancora più necessaria davanti alla velocità della speculazione. Rilanciare la cancellazione e la ristrutturazione democratica del debito, legandola alla giustizia climatica. Rilanciare la difesa della terra e dell’agricoltura contadina contro l’agrobusiness e la finanziarizzazione del cibo. Rilanciare il lavoro come diritto globale, perché nessuna transizione ecologica sarà giusta se continuerà a scaricare precarietà e salari poveri sui più deboli. Rilanciare il controllo pubblico sui beni comuni, dalla salute all’acqua, dall’energia alla conoscenza. Rilanciare una politica capace di dire che il mercato non può decidere tutto, perché quando il mercato decide tutto la democrazia diventa amministrazione del danno.

Genova resta anche la memoria di una violenza di Stato, del nostro Carlo Giuliani, ragazzo, delle torture alla scuola Diaz e a Bolzaneto, di una generazione ferita ma non sconfitta.

A Genova 2001 ci siamo fatti una promessa che abbiamo mantenuto in tante e tanti: non tornare a casa e continuare a batterci per quelle analisi che oggi più che mai debbono farsi movimento, proposta, conflitto sociale, organizzazione. Venticinque anni fa un altro mondo era possibile. Oggi, semplicemente, non ci possiamo più permettere il lusso di dimenticarlo.