Il congresso, per una associazione popolare che ha fatto della partecipazione attiva il proprio orizzonte, è il momento più importante. Quello dove si tirano le somme del lavoro fatto negli anni precedenti e dove si discutono bisogni, priorità, indicazioni di lavoro che guardano al presente e al futuro.

E’ pur vero che i congressi non sono tutti uguali e non sono un momento scontato; ci sono congressi che servono sostanzialmente a rinnovare gli organismi dirigenti – com’è giusto che sia – e congressi che, oltre agli adempimenti statutari, provano a fare qualcosa in più.

Il percorso congressuale dell’Arci che abbiamo aperto a inizio luglio a Bologna e che si concluderà nel febbraio del 2027, nasce con l’ambizione di interrogare il tempo in cui viviamo. Praticando inquietudine e tempesta.

Che significa? Viviamo una fase nella quale la guerra è tornata a essere il linguaggio della politica. Il riarmo viene presentato come inevitabile, la competizione come unica forma delle relazioni internazionali, la sicurezza come riduzione degli spazi di libertà. Allo stesso tempo crescono le disuguaglianze, si precarizza il lavoro, si restringono gli spazi della partecipazione democratica e si alimenta una narrazione che trasforma ogni fragilità in una colpa individuale anziché in una responsabilità collettiva.

In questo quadro, la crisi della democrazia non riguarda soltanto le istituzioni. Non corrisponde mai al vero che la politica e i partiti siano peggio di ciò che chiamiamo “società civile”. La crisi, o meglio il cambio d’epoca che stiamo vivendo, riguarda la qualità dei legami sociali, la difficoltà delle persone a riconoscersi parte di una comunità, di un conflitto collettivo, di un progetto di trasformazione. La solitudine è diventata una condizione politica prima ancora che esistenziale.

È dentro questa consapevolezza che abbiamo scelto di aprire il congresso dell’Arci con una frase di Pietro Ingrao: “Costruire un potere di pace”. Una definizione che conserva ancora oggi una straordinaria forza politica. Perché la pace non coincide con l’assenza della guerra. È un’idea di società o, detta più semplicemente, è il modo per stare al mondo. Perché è sicurezza, redistribuzione delle risorse, giustizia sociale, cooperazione, diritti, ed è dunque democrazia. È la capacità di sottrarre spazio alla violenza come criterio di governo dei rapporti tra gli Stati e dentro le società.

Parlare di pace significa parlare anche di lavoro. Le risorse destinate agli armamenti vengono sottratte alla sanità, alla scuola, alla cultura, alla ricerca, alle politiche sociali. Il riarmo non è mai neutrale: modifica le priorità degli Stati, ridefinisce l’economia, cambia il senso stesso dello sviluppo. E costruisce un immaginario nel quale la competizione prevale sulla cooperazione.

In questi anni abbiamo visto crescere un’altra tendenza preoccupante. Di fronte alle paure prodotte dalle trasformazioni economiche e sociali, una parte della politica non prova a sconfiggerle o a governarle ma le alimenta e le moltiplica. Costruisce nemici, alimenta conflitti tra gli ultimi, riduce la complessità a propaganda. È una strategia che ha indebolito la democrazia e rende quindi più difficile l’azione del sindacato, dell’associazionismo, del volontariato, di tutte quelle organizzazioni che ogni giorno tengono insieme il Paese reale.

Per questo crediamo che il congresso dell’Arci, in questa fase storica, non possa essere un esercizio interno. Deve essere l’occasione per discutere come ricostruire partecipazione, organizzazione e fiducia. Deve mettere le mani nel piatto delle prossime elezioni politiche con proposte, idee, provocazioni, prese di posizione. Deve farlo per continuare a tenere insieme mutualismo e conflitto, solidarietà e diritti, cultura e giustizia sociale. Deve farlo per ridare centralità e nuova forza ai corpi intermedi in una stagione che tende invece a marginalizzarli.

Il sindacato conosce bene questa sfida.

Senza organizzazione non esiste emancipazione. Senza luoghi di partecipazione la democrazia si impoverisce. Senza relazioni collettive prevalgono la paura e l’individualismo. Per questo associazionismo e organizzazioni dei lavoratori non sono mondi separati, ma parti di uno stesso ecosistema democratico. Abbiamo bisogno di continuare a costruire convergenze, ampie, larghe e anche inedite. Non per cancellare differenze e autonomie, ma per affrontare insieme questioni che nessuno può risolvere da solo: pace, lavoro dignitoso, conversione ecologica, diritto alla casa, lotta alle disuguaglianze, difesa dello spazio civico e della Costituzione.

L’Arci ha scelto di non aprire il proprio congresso con un catalogo di risposte, ma con alcune grandi domande. Come organizzare una società che sembra spingere continuamente verso la frammentazione? Come costruire partecipazione in un tempo dominato dalla disintermediazione? Come rendere la pace una forza politica e non soltanto una testimonianza morale?

Sono domande che, crediamo, riguardano tutte e tutti noi. Perché costruire un potere di pace significa, prima di tutto, ricostruire una società capace di ascoltare, di organizzarsi, di partecipare e di agire.