Siamo arrivati a 25 anni dalle giornate del G8 di Genova e del Genoa Social Forum, che voleva criticare la riunione delle grandi potenze mondiali del capitalismo. Venticinque anni che non hanno visto momenti di riflessione sulle ragioni di quell’appuntamento e sui limiti di quel movimento.

Come succede spesso nella cosiddetta sinistra, il ricordo è esclusivamente eroico e gli appuntamenti di questi anni sono diventati celebrazioni di quei momenti. Tutto questo non produce memoria storica e insegnamenti alle nuove generazioni ma rischia di essere solo nostalgia di chi c’era o di chi avrebbe voluto esserci.

Pensiamo al famoso striscione “Voi G8 noi 6 miliardi”, suggestivo da un punto di vista di immagine, ma non reale perché quei sei miliardi erano e sono soggetti diversi, di classi sociali diverse e con interessi contrapposti.

La società capitalistica che governava il mondo di 25 anni fa e di oggi è fatta di classi sociali e di conflitti insanabili fra proletari e borghesia grande, piccola e media. Perché l’ideologia dominante è quella di chi detiene il potere economico politico e militare e plasma le coscienze.

Eravamo una minoranza, certo visibile ma con desideri che non rappresentavano la realtà.

Un pezzo di sindacato, la Fiom, e un pezzo di minoranza sindacale Cgil (Alternativa Sindacale) decise di esserci nel tentativo di condizionare e di costruire alleanze con un movimento che denunciava la società del profitto e delle ingiustizie sociali. Si cercava di legare il movimento operaio alle spinte di ribellione che venivano da settori giovanili.

L’idea di influire su un movimento sociale è sicuramente nobile, ma i limiti oggettivi di un sindacato e la confusione politica che regnava nel mondo composito del Genoa Social Forum fecero sì che il dibattito, sia all’interno di quel coordinamento che al di fuori, vertesse solo su come stare in piazza per dimostrare che il potere economico e politico era isolato.

L’assenza di un confronto sulle ragioni profonde della forza e del potere capitalistico, e l’illusione che con alcuni correttivi e regole la società capitalistica poteva sanare le ingiustizie, produsse un grande sforzo di generosità da parte di migliaia di uomini e donne, ma alla fine non poteva scalfire quel potere.

A questo si aggiunse l’uso spropositato della forza da parte dello Stato, che forse voleva evitare che qualche germe rivoluzionario potesse attecchire sulle nuove generazioni. Senza dimenticare chi nel movimento dell’anti G8 pensava che l’utilizzo della forza contro lo Stato fosse la principale arma politica, suicidando se stessi e chi stava vicino.

Io ho partecipato come sinistra sindacale, sono stato uno dei 18 portavoce di quel coordinamento, e porto gli errori e i limiti di quella esperienza. I propri limiti, però, possono essere compresi e superati se oltre al ricordo si fa una seria riflessione.

Di quelle giornate si ricordano il sabato e la domenica con i terribili fatti della morte di Carlo Giuliani, delle cariche di carabinieri e polizia, dei pestaggi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, fatti tragici e dolorosi. Ma quasi mai viene ricordato il venerdì con il corteo dei migranti, dove migliaia di persone di tutti i colori della pelle rivendicavano l’accoglienza contro il razzismo.

Credo che si debba ripartire da lì, dopo che in questi 25 anni l’immigrazione è diventata sempre più tragedia fatta di sofferenze e morti, e con la politica che, molte volte in modo trasversale e per un pugno di voti, alimenta la xenofobia e il razzismo parlando di rimpatri e di remigrazione. Quella giornata vide tante associazioni che su quel tema costruivano il loro impegno politico. Molte si sono perse, mentre l’immigrazione e il razzismo sono sempre più al centro della scena politica ed economica. Una grande contraddizione, credo che quello dovrebbe essere il filo rosso da recuperare.

Oggi la situazione internazionale è ben diversa da 25 anni fa, l’ordine mondiale è in crisi, vecchie potenze imperialistiche sono in declino, a cominciare da casa nostra, e nuovi imperialismi rivendicano nuovi equilibri per la spartizione dei profitti. La guerra è lo strumento che il capitale usa per ridefinire nuove spartizioni mondiali, e oggi tutti gli Stati si stanno riarmando con conflitti regionali per procura, che sono le premesse a nuove carneficine.

La lotta contro la guerra e il riarmo, la lotta per l’accoglienza degli immigrati contro il razzismo, da qualsiasi parte provenga, una visione e una analisi internazionalista e di classe possono essere il modo migliore per ricordare quelle giornate del Genoa Social Forum e fare un vero passo avanti.