La crisi del manifatturiero regionale è lo specchio di un Paese senza politica industriale.

Il 9 luglio scorso si è tenuto in Toscana uno storico sciopero unitario regionale di tutti i settori industriali e manifatturieri. Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato una mobilitazione senza precedenti, che ha portato migliaia di lavoratrici e lavoratori a sfilare per le vie di Firenze. Un grido d’allarme corale contro una crisi strutturale che sta impoverendo il tessuto produttivo, denunciando la totale assenza di serie politiche industriali.

La crisi del manifatturiero toscano non è passeggera, come dimostrano i dati drammatici snocciolati dai sindacati durante le manifestazioni. Attualmente si contano oltre 15mila lavoratori in cassa integrazione in tutta la regione, spesso costretti a utilizzare la cassa integrazione straordinaria, anticamera di scenari occupazionali ben più gravi. Negli ultimi cinque anni si registrano oltre 20mila licenziamenti per motivi economici. Sono quasi settanta i tavoli di crisi aperti, a testimonianza di una deindustrializzazione che avanza silenziosamente.

Il focus più preoccupante riguarda il settore moda e la sua filiera, da sempre fiore all’occhiello dell’economia toscana. Nel solo distretto fiorentino della pelletteria, dal 2019 ad oggi hanno chiuso circa 830 aziende. Questo ha comportato la perdita di circa settemila posti di lavoro, solo in parte riassorbiti da altri grandi brand. Negli ultimi due anni, il ricorso alla cassa integrazione nel comparto è schizzato alle stelle, registrando un incremento del 250-260 per cento.

Cgil, Cisl e Uil denunciano un modello in cui i grandi marchi continuano a fare profitti e a delocalizzare la produzione, scaricando l’intero costo della crisi sulle piccole e piccolissime aziende della filiera e, di conseguenza, sui lavoratori.

La situazione toscana non è un’eccezione, ma il doloroso specchio di ciò che sta accadendo nel Paese. Le critiche dei sindacati al governo nazionale si concentrano sulla perdurante assenza di un piano industriale nazionale strategico, in grado di guidare il Paese attraverso la transizione ecologica e digitale. L’esecutivo sta gestendo la deindustrializzazione e le crisi settoriali solo in emergenza, limitandosi a usare ammortizzatori sociali o incentivi spot invece di investire nel rilancio strutturale del sistema produttivo. La mancanza di una strategia nazionale per la difesa e il rilancio dell’industria italiana lascia le filiere produttive in balia della speculazione internazionale.

Manca una visione programmatica su transizione ecologica, digitalizzazione e tutela del ‘Made in Italy’, e le conseguenze ricadono direttamente sulle spalle di chi lavora.

Durante la giornata di mobilitazione, le delegazioni sindacali sono state ricevute in Regione. Cgil, Cisl e Uil hanno presentato un pacchetto di cinque proposte precise per salvare il settore: ancoraggio al territorio e stop delocalizzazioni: i grandi brand devono mantenere i volumi produttivi in Toscana, valorizzando l’eccellenza e le competenze locali; legalità e qualificazione della filiera: regole certe per evitare il lavoro sommerso e supportare i fornitori storici; accesso al credito: misure a sostegno delle piccole e medie imprese in difficoltà; fondi europei condizionati: l’utilizzo dei fondi regionali ed europei deve essere vincolato al mantenimento dei livelli occupazionali; formazione e riqualificazione per tutelare e tramandare il know-how.

Da parte della presidenza della Regione Toscana c’è stato l’impegno ad aprire un confronto strutturato, convocando i grandi gruppi della moda e le parti sociali a un tavolo comune.

La richiesta dei sindacati è chiara: la Regione deve farsi tramite col governo per un intervento legislativo nazionale a tutela della filiera, garantendo al contempo ammortizzatori sociali adeguati per i lavoratori coinvolti nella transizione e nella crisi.

Ora, alle parole, dovranno seguire impegni tangibili e accordi vincolanti.