Negli anni ‘90 il movimento sindacale ha fatto i conti con due accordi interconfederali storici che ne hanno segnato nel profondo l’azione contrattuale. Il 31 luglio 1992 viene sottoscritto l’accordo che sancisce la fine della scala mobile, con l’erogazione di 20mila lire (qualche centesimo più di 10 euro) a sanatoria del meccanismo di riallineamento di parte del salario che da quel momento cessa di esistere.

Il 23 luglio 1993 viene sottoscritto l’accordo sul modello contrattuale che definisce le regole generali della contrattazione all’insegna del doppio livello contrattuale che, tra le cose, consegna al Ccnl la sola autorità salariale limitata alla tutela nel tempo del potere d’acquisto delle retribuzioni. Si interrompe il ciclo redistributivo nella contrattazione collettiva nazionale individuando nella contrattazione di secondo livello – come noto, non a copertura universale – la funzione di redistribuzione della produttività.

Sono seguiti altri accordi interconfederali, ma questi due sono lo spartiacque della contrattazione collettiva. E hanno visto una forte critica da parte della sinistra sindacale, allora “Essere Sindacato”.

Nei fatti si avviava la stagione che faceva pagare a chi lavora i costi dell’entrata in Ue, in cambio di una ‘restituzione’ attraverso un’ampia politica dei redditi e uno sviluppo della contrattazione di secondo livello. Questa ‘restituzione’ non c’è stata, o quanto si è verificato nel tempo successivo non ha compensato in alcun modo il costo pagato rispetto alla stagione precedente. La statistica sui salari italiani in ambito europeo rappresenta in maniera plastica la condizione materiale di milioni di lavoratrici e lavoratori.

Luglio non ha proprio portato bene nell’esperienza del sindacato italiano.

Oggi siamo alla vigilia di una trattativa interconfederale con tutte le organizzazioni padronali. Nelle intenzioni unitarie delle confederazioni, l’ambizione è quella di riannodare le vicende della contrattazione in un nuovo e onnicomprensivo accordo su modello contrattuale, rappresentanza e partecipazione. Intesa unitaria politicamente favorita dal governo con l’ultimo decreto lavoro, che interviene in maniera diretta sulla contrattazione collettiva.

Assieme ci si difende meglio che da soli, di conquiste ne parleremo all’esito del negoziato.

Alle notizie oggi disponibili, le organizzazioni datoriali hanno maturato tra loro un’intesa sul solo aspetto della rappresentanza del sistema delle imprese; nulla si coglie su contrattazione, salario e meccanismi di copertura delle vacanze contrattuali.

Difesa o conquista che sia, per il sindacato confederale l’emergenza salariale comprensiva di un meccanismo di riallineamento tra previsione e consuntivo dell’Ipca Nei (problema che permane nella limitazione della contrattazione dei minimi salariali nei Ccnl), il diritto ai rinnovi dei contratti nazionali e la necessità di una norma sulla rappresentanza, sono priorità che non vanno abbandonate.

Se il sindacato confederale riuscirà a cogliere queste priorità avremo la possibilità di rimettere autenticamente al centro dell’azione sociale e politica la questione del lavoro come perno di un modello di sviluppo più giusto e più equo, di una democrazia più partecipata e più matura, di una costituzione materiale più vicina alla Carta costituzionale.

Luglio, col bene che ti voglio…

(15 luglio 2026)