
L’ultimo imperatore sembra un pazzo esaltato. Se si mettessero in fila le dichiarazioni di Donald Trump, ne verrebbe fuori un caso psichiatrico. Dalle accuse di stalking a Giorgia Meloni agli attacchi a Papa Prevost, passando per un razzismo verso gli immigrati che vengono da “cessi di paesi” degno del Ku Klux Klan. Eppure The Donald è a capo della nazione più armata del pianeta, potenza imperiale se ce ne è una. Giornalista, ricercatore alla Scuola Normale Superiore, Martino Mazzonis è un esperto di Stati Uniti. Ha scritto per L’Espresso, La Stampa, Domani, il manifesto, e altri ancora. È coautore con Angelo Loy di tre documentari, l’ultimo nel 2024 sulla homelessness negli Stati Uniti del Sud. Tra le sue pubblicazioni: “Come cambia l’America” (con M. Diletti e M. Toald, Edizioni Dell’Asino, 2009) e “Tea Party, la rivolta della destra populista Usa” (con G. Borgognone, Marsilio, 2012).
Mazzonis, stiamo parlando di un pazzo, o si tratta di un egocentrico affarista che non ama essere contraddetto in alcun modo? Perché il nuovo attacco all’Iran? Dove vuole arrivare? Per gli analisti politici, è stato un errore strategico l’aggressione di Trump e Netanyahu a Teheran. Che ne pensi?
“Ci sono nuovi attacchi all’Iran, a dire il vero in risposta ai droni lanciati a petroliere nello Stretto di Hormuz. Questo fa pensare che possano anche esserci spaccature a Teheran, tra chi vuole negoziare una buona via di uscita e chi vincere contro il Grande Satana. Comunque la guerra all’Iran è un immane errore per quanto riguarda l’influenza Usa in Medio Oriente. Non a caso i paesi della penisola araba stanno tutti, con l’eccezione degli Emirati arabi uniti, lavorando alacremente a costruire reti di alleanze diverse, non rompendo con gli Usa ma garantendo la propria sicurezza in forme alternative. Gli ultimi attacchi hanno fatto arrabbiare tutti, alleati e non, a causa delle conseguenze economiche, che peraltro erano scontate per chiunque avesse un quadro della situazione. Poi la guerra è anche un enorme autogol interno: si era promesso alla base Maga di non fare più guerre, ora questa è spaccata tra la fedeltà a Trump, chi è deluso, e un’estrema destra dalle venature antisemite che parla di una guerra per conto di Israele. Infine c’è la popolazione americana in generale, che ha visto i prezzi aumentare e non è contenta. Per riassumere, qualora ne uscissero dignitosamente ci troveremmo con ogni probabilità di fronte a un accordo molto simile a quello negoziato da Obama nel 2015, e buttato alle ortiche durante la prima presidenza Trump”.
Fino a quando dovremo sopportare la follia di una guerra permanente che si è ancora più incrudelita negli ultimi anni, non risparmiando donne e bambini, chiudendo la Striscia di Gaza in una morsa senza alcuna via di fuga, per non parlare di centinaia di insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania? Troverà nuovamente cittadinanza il diritto internazionale in questa epoca di barbarie?
“Chi lo sa? L’ordine internazionale post bellico era in parte un’ipocrisia, in parte si è retto per 40 anni sulla competizione tra il blocco sovietico e quello americano, competizione che doveva per forza di cose evitare il confronto diretto. Questo ha risparmiato a noi europei le guerre, ma non ha impedito che ce ne fossero, spesso per procura, in molti paesi del mondo. Però c’era l’idea condivisa che un ordine ci fosse, che le istituzioni contassero, e quando non contavano era perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu andava riformato. Oggi invece i protagonisti della Guerra fredda se ne sbattono anche di richiamarsi alle regole internazionali. Ricordiamolo, la guerra di Bush figlio all’Iraq venne giustificata con una bugia. comunque ci fu il tentativo di giustificarla. Stavolta invece l’unico pretesto poteva essere la minaccia della bomba atomica iraniana. Una minaccia che Netanyahu annuncia come imminente da almeno dieci anni… Tornando all’ordine post bellico, emerse da una tragedia immane come quella della Seconda guerra mondiale. Oggi invece stiamo attraversando una fase di caos senza che ci sia una potenza egemone, e neppure l’apparente volontà di arrivare a una forma di compromesso regolato come era quello dopo il 1945. La speranza, e la direzione verso cui lavorare, è quella di tornare a una qualche forma di ordine internazionale, senza dover passare per un conflitto tra grandi potenze”.
Trump ha perso la prima battaglia contro lo ius soli, ma non ha intenzione di arrendersi. Secondo quanto riporta il Daily Telegraph, il presidente Usa starebbe studiando una nuova mossa per evitare che chiunque nasca sul territorio americano ne acquisisca automaticamente la cittadinanza. L’idea è quella di vietare l’ingresso alle donne straniere incinte per evitare il “turismo delle nascite”…
“Quella contro l’immigrazione è l’unica politica coerente che Trump sta portando avanti. Lo fa perché ritiene che alla sua base piaccia, in confronto a un’Europa descritta come Sodoma e Gomorra. Poi Trump ha un ideologo con idee pericolose, Stephen Miller, fra i pochi ad avere potere sia nella prima che nella seconda amministrazione del tycoon. La battaglia ideologica passa per i raid spietati dell’Ice, per i tentativi di cambiare le leggi che regolano la cittadinanza, togliendo la protezione temporanea a centinaia di migliaia di haitiani e siriani, e adesso per questa storia delle donne che partoriscono in America per dare la cittadinanza ai figli. Una realtà che peraltro esiste. Ma spesso sono ricchi cinesi, e parliamo di qualche migliaio di persone l’anno. Si tratta di un modo per continuare ad attizzare il fuoco dell’odio verso gli immigrati. Una battaglia che convince una base ideologizzata, che però è una minoranza. Molti Stati di confine volevano più controlli, non certo le retate di gente che vive e lavora negli Usa da decenni. Giorni fa l’Ice ha ucciso un uomo che viveva negli Usa da 35 anni e aveva avviato un percorso di regolarizzazione”.
Papa Prevost non smette di far sentire la sua voce di pace, e denuncia come l’Unione europea abbia due pesi e due misure su Usa e Israele da una parte e Russia dall’altra. Tanto basta a far mettere il Pontefice nella lista dei cattivi da Trump. Un attacco del genere non si era mai visto. Che ne pensano negli Usa?
“Il rapporto tra la chiesa cattolica e questa amministrazione è complicato, legato anche al significativo aumento di conversioni al cattolicesimo di cittadini giovani, bianchi, tendenzialmente conservatori. Il più famoso dei convertiti è il vicepresidente J. D. Vance, che ha appena pubblicato un libro sul tema. Un tentativo di costruire una base religiosa di cattolici ed evangelici per correre alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. Nelle stesse gerarchie cattoliche statunitensi c’è un conflitto quasi esplicito, con gli esponenti conservatori talvolta molto diretti nelle critiche al papato. Con Francesco il contrasto era stato molto forte, con Leone meno perché usa un linguaggio più ‘diplomatico’. C’è anche una divisione tra i fedeli, la parte più conservatrice non amava il Papa argentino, ma c’è anche quella più impegnata nel sociale che si occupa quotidianamente di immigrati. Inoltre i milioni di latinoamericani cattolici possono essere più conservatori sulle questioni che riguardano la famiglia e gli omosessuali, ma devono subire la brutalità della politica migratoria di Trump: fra di loro tutti conoscono qualcuno o hanno un parente a rischio deportazione. I cattolici ispanici sono più di un terzo del totale dei fedeli, e sono quelli che crescono in termini numerici. Se questo è il contesto, la politica invece è quella di un presidente che sa che la guerra in Iran è altamente impopolare, specie tra i giovani, anche quelli religiosi e conservatori. Quindi cerca di dipingere gli avversari, o chi critica le sue scelte, come un amico del nemico (‘Leone vuole che l’Iran abbia una bomba atomica’). Non credo che questo stia funzionando in termini di consenso: Leone è apprezzato dal 78% dei cattolici (più o meno come Francesco e Benedetto), e la maggioranza di loro pensa che Trump sia stato troppo critico nei confronti del Pontefice. Per certo i cattolici repubblicani hanno dato a Trump 12% di voti di vantaggio rispetto a Kamala Harris”.
A novembre ci saranno le elezioni di metà mandato, quelle in cui si rinnova la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. Cosa vedi nella tua sfera di cristallo?
“Non serve la sfera di cristallo per sapere che i repubblicani non andranno bene. Mancano ancora molti mesi, l’inflazione potrebbe scendere e aiutarli, ma allo stato delle cose i democratici hanno un vantaggio nei sondaggi e il presidente è impopolare. In cosa si tradurrà questo vantaggio? Difficile a dirsi, per guadagnare la maggioranza in Senato i democratici devono difendere tutti i seggi dove corre un loro eletto e strapparne quattro ai repubblicani. Ci sono buone chance in alcuni Stati, e corse che appaiono incredibilmente competitive, come il seggio del Texas in ballo a novembre. Qui i candidati sono appaiati nei sondaggi, e i democratici non vincono un seggio dagli anni ’80. Detto questo, la politica locale, la popolarità di un senatore a prescindere dal partito di appartenenza, giocano un ruolo e non sapremo come finirà fino all’indomani del voto. Lo stesso vale per la Camera, dove però è più facile cambiare la maggioranza se si ha un buon risultato a livello nazionale. Intanto l’amministrazione Trump sta facendo di tutto per complicare le operazioni di voto e disincentivare le persone ad andare ai seggi. Gli elettori più discontinui sono quelli che appartengono alle minoranze, e può essere un disincentivo inviare molti agenti dell’Ice in giro nel giorno del voto. The Donald ha cercato di rendere più difficile la registrazione al voto, provato a vietare quello per posta, fatto pressioni enormi – o licenziato – i funzionari che sovrintendono alle operazioni elettorali. La partita del voto, del diritto di voto e, dunque, della tenuta del processo democratico, sarà cruciale per capire quanti anticorpi hanno gli Stati Uniti per rispondere a a queste forzature a-democratiche”.
