
Compiti per l’estate: vigilanza democratica. Per non trovarci impreparati a settembre, quando i mondiali non ci saranno più, gli ombrelloni saranno chiusi e sui principali mezzi d’informazione tornerà la grancassa della paura e del farsi giustizia da sé.
Con l’arrivo dell’estate sembrerebbe andare in vacanza anche il securitarismo. Mancano le prime pagine che immortalano baby gang, spacciatori di strada (di origine straniera e rom, ovviamente), pericolosi sovversivi pro-pal e dei centri sociali. Di colpo sembra che tutto si fermi, o sia cessato.
In realtà si tratta di una questione di audience. Perché i giornali, i social e le tv sono occupati coi mondiali di calcio, per cui la criminalità di strada e i decreti sicurezza fanno meno notizia di Haaland e Mbappè. Oppure perché la politica nazionale è egemonizzata dalla presenza, sempre più invadente ma capace di suscitare richiamo, del generale Roberto Vannacci, e della sua formazione, Futuro Nazionale, che sembra destinata a raccogliere il testimone autoritario, xenofobo e omofobo attualmente nelle mani di Lega e Fratelli d’Italia.
Effettivamente, a scorrere le pagine e i palinsesti estivi degli anni precedenti, ci accorgiamo che, sotto l’ombrellone, le notizie relative alla criminalità di strada perdono slancio. I capiredattori, evidentemente, pensano che il pubblico, per tre mesi l’anno, abbia bisogno di una pausa dalla paura, anche per evitare una saturazione del prodotto mediatico. Preferendo quindi puntare sui delitti irrisolti, magari ispirati dalla gelosia, o sulle sempiterne e strazianti vicende di qualche casa reale o ereditieri.
Siamo di fronte a un quadro desolante, dal momento che la cifra dell’informazione non è costituita dalla necessità di rendere il pubblico consapevole dei fatti più rilevanti, bensì dalla spinta a fare audience. Puntando su notizie che fanno presa sul pubblico (o si pensa che lo facciano), attingendo alla paura e al voyeurismo. Si tratta di un aspetto su cui sviluppare una riflessione approfondita, in quanto rivelatore di un sensibile scadimento qualitativo dell’opinione pubblica. E che, soprattutto, fa dubitare della qualità e della rilevanza delle informazioni. Che vengono veicolate, costruite e confezionate ad arte per rappresentare un mondo infermo, insicuro, inospitale ma allo stesso tempo ricco di aspetti scabrosi. Da sbirciare attraverso le pagine dei giornali o, sempre di più, utilizzando la videocamera.
Sfogliando le cronache, ci accorgiamo che la questione criminale rimane sempre sullo sfondo, pronta a fare capolino al momento in cui si dovesse presentare una notizia che permette di attivare la macchina della paura e consentire al politico rampante di turno di strumentalizzarla per fare audience. Pensiamo a quanto è avvenuto a Reggio Emilia lo scorso 29 giugno, quando il pizzaiolo Raffaele Stipa è stato ucciso da un cliente, Mattia Pellati, che si rifiutava di pagare. Le prime cronache sull’omicidio hanno immediatamente concordato sull’origine straniera dell’omicida, salvo poi ritrattare quando i fatti appurati hanno dimostrato che il fatto di sangue era avvenuto tra italiani. La notizia è immediatamente scivolata in secondo piano.
Siamo di fronte alla produzione di realtà, attraverso l’utilizzo di categorie tipificanti, semplificatorie, che alimentano il panico morale e il risentimento verso fasce specifiche della popolazione, nella fattispecie i migranti. Ormai l’equazione tra criminalità e migranti si ripropone meccanicamente, assegnando una fissità di ruoli e connotazioni che, se da un lato semplifica la realtà e produce audience e consenso politico, dall’altro lato contribuisce in modo significativo a deteriorare la convivenza civile. Oltre a sorvolare sulle sfaccettature e la complessità del contesto sociale. Per cui si è prontissimi a linciare, moralmente e talvolta anche fisicamente, le cosiddette classi pericolose, ma non ci si indigna per la morte assurda di Bakari Sako, ucciso a Taranto per motivi razzisti, o per la strage di Amendolara, dove criminalità organizzata, razzismo e caporalato convergono in una dinamica sinistra.
Lo sbocco inevitabile di questa schematizzazione è quello della cosiddetta domanda di sicurezza, che, possiamo scommetterci, da settembre in poi tornerà a colonizzare il dibattito pubblico. Un’avvisaglia sinistra si è avuta al teatro comunale di Vicenza lo scorso 26 giugno, quando il conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che si autodefinisce “libertario”, ha ostentato sul palco insieme al generale Vannacci una maglietta inneggiante al gioielliere di Grinzane Cavour, Mario Roggero, condannato per il duplice omicidio di due rapinatori e in attesa di giudizio definitivo.
Abbiamo assistito ad un evento sconcertante, che dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione costruttiva delle coscienze democratiche di questo paese, per due precise ragioni. La prima è per il connubio tra un certo tipo di informazione, ovvero quella che abbiamo rappresentato finora, e una politica di tipo deteriore. Un abbraccio mortale, indice del progressivo degrado a cui la sfera pubblica italiana, negli ultimi trent’anni, è stata soggetta.
La seconda ragione afferisce alle politiche di sicurezza. L’asse Vannacci-Cruciani annuncia una svolta qualitativa rispetto al securitarismo: i decreti, l’iper-incarcerazione, la repressione, lo scudo penale per le forze di polizia, sembrano non bastare più. Quello che si chiede, adesso, è la possibilità di farsi giustizia da soli, di legalizzare l’omicidio in nome dell’italianità e dell’attaccamento morboso alla ‘roba’ verghiana, il cui possesso è sempre più precario. Alle tensioni sociali, al malessere diffuso, invece che con politiche sociali inclusive, con l’aumento dei diritti dei lavoratori, si chiede di rispondere a colpi di pistola, di mazza o di coltello. Il cui uso è legittimo se perpetrato da italiani, magari settentrionali, in possesso di un qualsiasi bene, ancorché gravato da mutuo.
Non ci siamo proprio. Anche alla luce della “confessione” del ministro dell’Interno. Che ha reso noto, lo scorso 22 giugno, l’assenza di regole di ingaggio e corsi di formazione che disciplinino l’utilizzo dei gas lacrimogeni. Senza chiedere scusa a Lince, l’attivista bolognese rimasta cieca da un occhio dopo essere stata colpita, lo scorso 2 ottobre, da un lacrimogeno lanciato ad altezza d’uomo. O a Leonardo Basoccu, il tifoso rimasto vittima di un accadimento simile lo scorso 24 maggio, a Torino.
Al contrario, emerge, in modo preoccupante, la tendenza delle forze di polizia a manipolare e alterare le prove, per discolparsi di ogni responsabilità là dove lo scudo penale non arriva. Una tendenza preoccupante, che segue il canovaccio proposto lo scorso gennaio a Rogoredo, quando Abderrahim Mansouri rimase vittima di un poliziotto.
Quando andavamo a scuola, i professori ci assegnavano i compiti per l’estate. Il nostro è quello della vigilanza democratica. Per non lasciarci trovare impreparati a settembre, quando i mondiali di calcio non ci saranno più e gli ombrelloni saranno chiusi.
