
Il Trasporto pubblico locale (Tpl) vive oggi una crisi profonda che non può più essere affrontata come una semplice emergenza occupazionale. La carenza di circa diecimila autisti in Italia e di oltre 100mila in Europa è il sintomo più evidente di un sistema che da troppo tempo subisce scelte politiche miopi, finanziamenti insufficienti e una progressiva perdita di valore del lavoro. Il risultato di oltre 20 anni di disattenzione verso un comparto strategico per la mobilità sostenibile, la coesione sociale e il diritto alla mobilità di cittadine e cittadini.
Per troppo tempo il lavoro nel Tpl è stato considerato un costo anziché una risorsa, mentre chi ogni giorno garantisce un servizio pubblico essenziale ha visto peggiorare le proprie condizioni.
In vent’anni due rinnovi contrattuali su tre sono arrivati con ritardi inaccettabili, determinando una perdita significativa del potere d’acquisto di lavoratrici e lavoratori e un progressivo arretramento sul piano dei diritti. Mentre il costo della vita cresceva, i salari rimanevano fermi; mentre aumentavano responsabilità, turni disagiati e carichi di lavoro, il riconoscimento economico e professionale restava insufficiente. Anche per questo sempre meno giovani scelgono di lavorare nel Tpl, e sempre più aziende faticano a trovare personale.
La responsabilità di questa situazione non può essere scaricata solo sulle imprese o, peggio ancora, su lavoratrici e lavoratori. Alla base della crisi c’è il cronico sottofinanziamento del Fondo Nazionale Trasporti, che continua a non garantire le risorse necessarie per sostenere il servizio, rinnovare i mezzi, migliorare l’organizzazione del lavoro e valorizzare il personale.
Grazie alla mobilitazione delle lavoratrici, dei lavoratori e dei sindacati si è arrivati al rinnovo dell’ultimo Ccnl. Un contratto che ha finalmente riconosciuto un incremento economico significativo dopo anni di sacrifici.
Nonostante questa conquista si evidenziano molte fragilità nel sistema. Durante il confronto, il viceministro aveva assunto un preciso impegno a reperire le risorse necessarie per garantire la piena copertura economica del rinnovo. Nei mesi successivi, però, le scelte del governo hanno destato forti preoccupazioni, mettendo in discussione la certezza dei finanziamenti. Solo nel mese di aprile è arrivata la conferma della copertura dell’ultima tranche economica che verrà erogata ad agosto. Non è accettabile che il salario di lavoratrici e lavoratori sia ogni volta subordinato a scelte contingenti di finanza pubblica. Il rinnovo dei Ccnl deve poggiare su risorse strutturali, certe e stabili, perché il lavoro non può essere considerato una variabile dipendente dei bilanci dello Stato.
In uno scenario di profonda insicurezza, proliferano iniziative e vertenze promosse da singoli lavoratori o da gruppi auto-organizzati che rivendicano il riconoscimento di istituti economici durante le ferie, il pagamento del danno causato dagli straordinari eccessivi e altre questioni che interessano le diverse realtà aziendali. Non è in discussione il diritto di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore a vedere riconosciuti i propri diritti. Tuttavia, se ogni problema viene affrontato esclusivamente attraverso azioni individuali, il rischio è quello di indebolire la forza della contrattazione collettiva e di frammentare la comunità del lavoro.
La storia del movimento sindacale insegna che le conquiste più importanti non sono mai nate nelle aule dei tribunali, ma attraverso la mobilitazione, la contrattazione e l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori. È grazie alla forza collettiva che sono stati conquistati il Ccnl, gli aumenti salariali, la tutela dell’orario di lavoro, la sicurezza, i diritti sindacali e le garanzie normative. Una logica individuale rischia di trasformare ogni lavoratore in un soggetto isolato, anziché costruire una soluzione valida per tutta la categoria. Questo produce differenze di trattamento, alimenta divisioni nei luoghi di lavoro, finisce per indebolire la rappresentanza collettiva proprio nel momento in cui il settore avrebbe più bisogno di unità.
Per la Cgil la risposta alla crisi non può essere la frammentazione. Serve rilanciare il valore della contrattazione, a tutti i livelli, nazionale e aziendale, rafforzando il ruolo delle rappresentanze sindacali e costruendo piattaforme condivise, capaci di migliorare le condizioni di tutte e di tutti.
Il Tpl ha bisogno di una nuova stagione di investimenti pubblici, di un rifinanziamento strutturale del Fondo Nazionale Trasporti, di una politica industriale che rimetta al centro il servizio pubblico e una reale valorizzazione del lavoro. Altrimenti continueranno a mancare autisti, aumenteranno le difficoltà delle aziende e peggiorerà la qualità del servizio ai cittadini.
Come Cgil continueremo a rivendicare salari dignitosi, diritti esigibili e un sistema di relazioni industriali fondato sulla contrattazione collettiva. Il futuro del Tpl si costruisce con più partecipazione, più rappresentanza e più unità.
