Aa. Vv., L’Italia nella Rivoluzione Mondiale, Limes 1/26, Gedi, pagine 300, euro 15.

Come si colloca il nostro paese, in un contesto internazionale segnato dal caos sistemico generato dal palese indebolimento dell’egemonia esercitata storicamente dagli Stati Uniti nel mondo, è il tema al centro del volume 1 del 2026 della rivista Limes, titolato “L’Italia nella Rivoluzione Mondiale”. Un volume che si configura come la naturale prosecuzione dell’indagine avviata con il volume 2 del 2024 “Una Certa Idea d’Italia”, rispetto al declino economico, sociale e culturale del nostro paese, dato che la crescita economica del Pil dall’inizio del millennio è stata del 9,5%, in confronto ad una media europea del 38,7%, mentre sempre nel 2000 realizzavamo il 15,5% del Pil europeo, a fronte del 12,2% del 2024.

Questi dati confermano non solo la preoccupante tendenza del paese alla deindustrializzazione, in quanto l’indice della produzione industriale è risultato negativo per trentatré mesi consecutivi, ma soprattutto perché individuano nella produzione di armi e munizioni il settore trainante della nostra economia, con un più 28% registrato nel 2025 sull’anno precedente.

D’altronde, buona parte del tessuto produttivo del nord Italia è dipendente come sub-fornitore dal sistema industriale tedesco, mentre anche con la Francia siamo in presenza di una interdipendenza sbilanciata, poiché è il primo investitore estero in Italia con 2.514 imprese sotto il controllo francese, rispetto alle 1.918 imprese a controllo italiano in Francia.

Altresì, la produttività totale dei fattori è scesa dal 5,58% in media all’anno del periodo 1955-1971, allo 0,5% del periodo 1995-2019. Senz’altro una delle cause del drastico calo della produttività in generale è da addebitare, come ha rilevato acutamente il filosofo Giuseppe De Ruvo, alla crisi sistemica dell’università. Se consideriamo il suo progressivo definanziamento, unitamente al dilagare delle università telematiche, oltre alle ultime decisioni governative, tese a ripristinare le discrezionalità del potere baronale, è impensabile che possa emergere una prospettiva dell’università italiana nel mondo, poiché il regime di sfruttamento, che condiziona l’esistenza dei nostri ricercatori, è in totale antitesi con la “qualità e la libertà di ricerca”. Al punto che prestigiosi docenti, a partire dal premio Nobel Giorgio Parisi, hanno lasciato l’Occidente, per approdare con un ruolo di direzione nei centri ricerca degli atenei cinesi.

Inoltre, stante l’indebolimento del comparto moda, il nostro paese, che nell’immaginario reputazionale mondiale si classifica per la sua bellezza al quarto posto dopo Giappone, Germania e Canada, brilla paradossalmente, oltre che nel settore del turismo, per il comparto della ristorazione, che comprende anche la cura dell’alimentazione per cani e gatti (per il sorprendente valore di cinque miliardi all’anno). Pertanto, “nell’epoca del neoliberismo totalmente dispiegato”, pur in presenza nel primo quarto di secolo di un rallentamento consistente della crescita economica nei paesi del G7, sulle ricadute dell’involuzione del nostro sistema produttivo sulla psicologia e le aspettative degli italiani si sofferma l’intervento di Massimiliano Valeri, Direttore generale del Censis, avvalendosi della mole dei dati raccolti nel 59° Rapporto sulla situazione sociale del paese. Innanzi tutto emerge la tendenza ad un individualismo ipertrofico e ad un preoccupante conservatorismo psicologico, considerata anche l’accentuazione della dimensione della solitudine, con 9,6 milioni di famiglie composte da una persona sola. Il 57,2% degli italiani ritiene che le cose nel futuro andranno peggio, sia a livello nazionale che internazionale, anche se solo il 19,1% di loro pensa che ciò impatterà sulle proprie famiglie.

D’altronde, tramontata la fiducia nella prospettiva di un certo ascensore sociale per le nuove generazioni, è trionfante il tipico motto popolare “Io spero che me la cavo”, che però si riflette negativamente nella disaffezione verso ogni forma di partecipazione civile, nonché rispetto ai culti legati alla fede religiosa. Se già nel 2025 il 60,7% degli italiani accordava la sua fiducia a Papa Leone XIV, evidentemente per Valeri questo dato è la spia di un “popolo orfano di ambasciatori dalle visioni lungimiranti”, soprattutto in un contesto mondiale funestato e disorientato dal primato accordato alla guerra quale strumento per risolvere i conflitti tra gli Stati e i popoli.