Cosa significa fare un festival oggi?
Che valore riveste la scena dei festival oggi in Italia, in un quadro di definanziamento strutturale e progressivo della cultura?
Secondo i dati di ‘Trovafestival’, in Italia sono stati mappati nel 2025 circa 2.755 festival distribuiti in tutto il paese, dati che testimoniano una grande vitalità del settore se pensiamo all’investimento pubblico in cultura del nostro paese che è tra i più bassi in Europa e tra i più fragili in materia di consumi culturali.
Emerge dunque una diffusa reattività delle organizzazioni culturali che rappresentano un ambito del settore cultura che vive un sottofinanziamento sistematico e sopravvive “affidando alla progettualità locale e alla capacità di attivare comunità e reti una funzione compensativa rispetto alle carenze strutturali del sistema nazionale” (Alonzo G., “I festival culturali in Italia”, Franco Angeli).
In questo contesto dinamico ma anche territorialmente diseguale, i festival hanno vissuto dopo la pandemia una spinta propulsiva dai modelli di promozione culturale locali e di sviluppo territoriale che ne hanno accentuato distorsioni e contraddizioni.
Allo stesso modo, dopo la pandemia a livello globale l’industria musicale si è andata concentrando in maniera monopolistica nelle mani di poche holding finanziarie che detengono l’intero mercato. La conseguenza diretta sui festival musicali è stata uno sbalzo dei costi dei biglietti di ingresso, che peraltro non vanno a sostenere la filiera, le organizzazioni o gli artisti ma concorrono a rafforzare le posizioni di monopolio e a gonfiare bolle speculative. La piattaformizzazione della fruizione musicale, la concentrazione nelle mani di multinazionali dell’entertainment di tutti i segmenti della produzione e distribuzione dei live, compreso le arene, come nel caso della recente acquisizione da parte di Eventim dell’Arena Santa Giulia di Milano, con l’aiuto peraltro di fondi pubblici delle Olimpiadi invernali.
Insomma, i festival sono un ambito vitale e generativo, ma sono sottoposti ad uno stress che tenta di assoggettarli in una dimensione solo produttivista, economica e acritica.

Festa – il manifesto dei festival

‘Festa – il manifesto dei festival’ promosso da Arci nasce come un percorso attivo nel 2024 per interrogare il formato del festival nella sua dimensione contemporanea, come proposta dal basso che costruisce comunità temporanee, posizionate, che si immaginano come luoghi attraversabili e accessibili, come laboratori di pensiero critico e innovazione dei linguaggi, come feste popolari di condivisione delle arti e di ripensamento delle modalità di abitare e vivere il territorio. ‘Festa’ è un documento politico culturale scritto da 60 festival del network di Arci che, nel 2025 ha raccolto circa 170 adesioni tra festival e arene cinematografiche in tutto il paese e continua a sollecitare incontri sul territorio, dibattiti e approfondimenti di varia natura (convegni, seminari, formazioni).
‘Festa’ è uno strumento che Arci ha messo in campo per raccontare una scena che esiste oltre le piattaforme e i grandi eventi, per valorizzare un panorama di festival organizzati dal basso che esercitano un ruolo fondamentale per l’animazione dei territori in termini di accesso alla cultura e di diversificazione dell’offerta. La risposta della rete di ‘Festa’ è evidente: più del 65% dei festival sono ad accesso gratuito – secondo i dati raccolti nel 2025 – e la percentuale restante ha costi di accesso molto bassi. Di fronte a queste politiche attente alle comunità, troppo spesso non viene corrisposto l’intervento del finanziamento pubblico, talvolta inaccessibile o residuale, a seconda dei casi territoriali, proprio perché i festival sostenuti dal pubblico, troppo spesso sono quelli che hanno la capacità economica più strutturata e che già hanno la capacità di attirare sponsorizzazioni, vista la natura “commerciale” dell’offerta che propongono. Non è un discorso sempre valido, ma una tendenza che attraversa tantissimi territori e che penalizza quelle proposte culturali che sperimentano e innovano le forme di aggregazione e i linguaggi.

Festival e territorio

I festival, in effetti, sono il formato che le politiche locali hanno promosso seguendo il mantra della promozione territoriale, per incentivare turismo e brandizzare il territorio secondo nuovi marchi, nuove suggestioni strumentali a costruire una narrazione attraente del territorio. Questa forma di gestione politica ha legato a doppio nodo la costruzione del festival a meccanismi di consenso e di branding che ne hanno in parte ingessato la capacità innovativa e l’indipendenza. Pensare ai festival come vettori di promozione territoriale significa svuotarne il potenziale critico e ridurne il ruolo a vetrine, eventi che hanno l’unico obiettivo di produrre indotto economico e attrarre grandi numeri. Si chiama “eventificazione” e la conseguenza diretta è l’omologazione culturale, l’appiattimento e l’estrazione di valore economico a beneficio dell’industria turistica.
Il ‘Manifesto dei festival’ nasce anche come risposta politico-culturale a questa tendenza, sempre più evidente nella politica e nella comunicazione, a rappresentare i festival come grandi eventi di consumo, sempre più esclusivi e omologati e intende le organizzazioni culturali come ecosistemi di competente e visioni in grado di costruire programmazioni stabili e residenti, non solo occasionali, per rafforzare l’accesso alla cultura della cittadinanza. Questo tema ci porta a riflettere su come intendiamo i processi culturali su un territorio, se li identifichiamo esclusivamente come fenomeni celebrativi o come occasioni di produzioni di senso, di interrogazione della realtà e, finalmente, di partecipazione democratica.
Come racconta il ‘Manifesto’, oltretutto per noi la festa è un momento di celebrazione collettiva, di sospensione dell’ordinario, di invenzione e reinvenzione della notte e del giorno come tempi e luoghi in cui stare insieme, dentro un rito laico. Uno spazio aperto all’imprevisto e all’inatteso, pensato per essere accessibile a tutti i corpi e le soggettività, che non può che essere popolare e appartenere alla collettività.

Come le pratiche rigenerano l’idea di festival

I festival quindi ripensano spazi e tempi dell’aggregazione e mettono al centro la dimensione artistica come linguaggio e ritualità rigenerativa, prendendosi cura delle aree, delle diverse soggettività che attraversano gli spazi di un festival, della relazione con il contesto e dalla partecipazione attiva e consapevole di tutti gli attori della filiera organizzativa, dalle maestranze ai volontari.
Esperienze di festival come ad esempio ‘Jazz is Dead’ a Torino sono laboratori di pensiero su come il festival riesce ad essere uno spazio e un tempo ospitale per tutti e tutte. Tanti festival mantengono l’attitudine e la vocazione popolare, sono feste in cui decine e decine di volontari partecipano attivamente all’organizzazione di un festival perché credono fortemente nell’idea culturale e politica che lo guida, è il caso ad esempio dello ‘Stella Rossa Fest’ di Firenze, ma anche delle tante ‘Arci Festa’ che vengono organizzate in Emilia Romagna, a Cremona e Mantova e anche nell’esperienza di ‘Arci Roma incontra il mondo’.
‘Festa’ è un percorso anche di capacity building che riguarda la costruzione di festival ecologicamente sostenibili, attraverso l’abbattimento del monouso e l’adozione di pratiche ecologiche e a basso impatto. Tanti festival rappresentano occasioni storiche di promozione artistica che immaginano modelli diversi, come ‘Ferrara sotto le stelle’ che nell’anno del suo trentennale, si misura con un contesto urbano sottoposto ad una quantità abnorme di grandi eventi.
Spostandosi dai grandi centri, tantissime sono le occasioni che si realizzano nelle aree interne e marginali, come ‘Piedicavallo Fest’ in Piemonte e ‘Holydays Festival’ in Umbria che nella loro dimensione interna costruiscono comunità temporanee che ripensano il territorio. ‘Spore festival’ nella provincia di Benevento è una rassegna co-costruita da una serie di circoli Arci che condividono direzione artistica e organizzativa, innovando i processi di ideazione di un festival come occasione di sviluppo di reti mutualistiche territoriali, che vanno oltre il singolo evento.

Le proposte di ‘Festa’

‘Festa’ è un network, una posizione di Arci sulla cultura nella società odierna, ma anche un’indicazione alla politica, locale e nazionale. Esiste una scena culturale che si muove dal basso, oltre le piattaforme e le retoriche dei grandi eventi, ma spesso viene sottostimata e sottovalutata dalle politiche, rimane lontana dagli investimenti strutturali e dalla programmazione strategica. Fare un festival oggi è sempre più complesso, per la natura delle autorizzazioni e dei finanziamenti, che pretendono una capacità di liquidità economica dalle organizzazioni a volte impensabile. Semplificazioni dei processi autorizzativi, canali di accesso ai finanziamenti semplificati e strumenti di finanziamento pluriennale sarebbero solo alcune delle innovazioni che potrebbero consolidare questa scena e riconoscerne un ruolo culturale e sociale determinante.
Attivare finalmente in campo culturale processi di co-progettazione e co-programmazione come previsto dal Codice del Terzo Settore significherebbe riconoscere l’indipendenza dei soggetti culturali e la loro dimensione strategica in termini di presidi sociali fondamentali per la partecipazione democratica e culturale. Allo stesso tempo, bisogna ripensare la dimensione del finanziamento alla cultura valorizzando da una parte il rischio culturale come processo che guarda al futuro e dall’altra la capacità di costruire ecosistemi stabili di rete territoriale, come antidoto allo svuotamento e all’appiattimento. Se vogliamo continuare a pensare alla cultura come ad un diritto fondamentale di emancipazione delle persone e non esclusivamente ad un bene di consumo, abbiamo bisogno di organizzazioni dal basso più forti e indipendenti.
Il documento dei festival e la mappa di ‘Festa’ sono disponibili su www.dirittoallafesta.it