Ci sono luoghi che smettono di parlare. Succede lentamente, senza che ce ne accorgiamo. Le piazze diventano parcheggi, i marciapiedi si attraversano in fretta, le persone imparano a vivere sempre più vicine e sempre meno insieme.
Poi, a volte, basta spostarsi di qualche metro.
Quando mi sono trasferito da Cantù a Figino Serenza ho scoperto che il luogo più vivo del paese non era la piazza. Era il mio cortile. Ogni sera gli anziani uscivano di casa portandosi la propria sedia, si sedevano all’aperto e iniziavano a raccontarsi la giornata. I bambini giocavano a pallone fino a quando il buio li costringeva a rientrare. Non c’era un programma, non c’era un palco. C’era semplicemente una comunità che si ritrovava. Fu un’epifania.
Ho sempre provato un’invidia gentile per le piazze del Centro e del Sud Italia. D’estate sembrano respirare. Diventano salotti a cielo aperto, luoghi dove il tempo rallenta e una conversazione può durare un’intera sera. Da noi, in Lombardia, quella ritualità si è consumata più in fretta. Forse è anche per questo che ho sentito il bisogno di cercare uno spazio diverso dove la cultura potesse tornare a essere un gesto quotidiano e non un appuntamento straordinario. Quel luogo erano le vecchie corti.
Per secoli sono stati i veri teatri della tradizione orale. Qui passavano le notizie, nascevano amicizie e amori, si litigava, ci si riconciliava, si condividevano paure e speranze. Le storie non appartenevano a qualcuno: erano patrimonio di tutti. Erano piccoli mondi dove andavano in scena le commedie della vita.
Da questa consapevolezza, nel 2016, è nato il Festival ‘Storie di Cortile’.
Oggi festeggiamo la decima edizione. In dieci anni abbiamo organizzato quasi duecento spettacoli, tutti rigorosamente a ingresso libero, coinvolgendo decine di comuni tra le province di Como, Monza Brianza e Varese, fino ad arrivare, persino alle Dolomiti. È una rete che continua ad allargarsi grazie alla fiducia delle amministrazioni comunali, delle biblioteche, delle Pro Loco e di tutti coloro che hanno creduto che un cortile potesse diventare un luogo di bellezza condivisa.
La musica, però, non è mai stata il fine. È sempre stata un mezzo. Un linguaggio capace di mettere in relazione persone diverse, creare ponti, accendere conversazioni. Per questo il festival ha sempre scelto artisti che avessero qualcosa da raccontare oltre alle canzoni.
In questi anni sono passati amici e protagonisti della cultura italiana e internazionale: Eugenio Finardi, Neri Marcorè, Joan Osborne, Alberto Fortis, Francesco Baccini, Joe Bastianich, Andrea Scanzi, Violante Placido, Mimmo Locasciulli, Chris Jagger, James Maddock, Larry Campbell e tanti altri. Una presenza che è diventata quasi un simbolo del festival è la leggendaria Scarlet Rivera, violinista e musa di Bob Dylan, definita ‘The Queen of Swords’ da Martin Scorsese nel documentario Rolling Thunder Revue. In fondo è diventata un po’ la musa anche di ‘Storie di Cortile’.
Il suo incontro con Dylan perché sembra uscito da un romanzo. È un pomeriggio di giugno del 1975. Scarlet cammina nel Greenwich Village di New York con il violino sulle spalle quando Bob Dylan la nota per caso, fermo a un semaforo. Entrano in un locale, il Botton Line, dove sta suonando Muddy Waters e la scaraventata sul palco a improvvisare con lui e poi la porta in studio dir registrazione. Da quell’incontro fortuito nascerà il suono inconfondibile di ‘Desire’, uno dei dischi più belli della storia della musica.
È una storia che mi ricorda come il destino, qualche volta, passi semplicemente da una strada imboccata al momento giusto.
Forse anche ‘Storie di Cortile’ è nato così. Da un’intuizione. Da un cortile che sembrava custodire un tempo perduto. Da una sedia portata fuori di casa in una sera d’estate.
Le storie, in fondo, sono sempre state il filo rosso della mia vita. Da bambino entravo di nascosto nella camera dei miei zii, e mi perdevo tra le loro cassette e i loro vinili. C’erano De Gregori, Guccini, Claudio Lolli, ma anche Bob Dylan, Bruce Springsteen e soprattutto c’era Fabrizio De André. Le sue canzoni erano dei film, pieni di dettagli, profumi e quei personaggi meravigliosamente tratteggiati. Quando arrivano gli artisti americani mi piace condividere con loro quello che considero il meglio della nostra terra. Li porto nella trattoria che conosco da una vita, a vedere un angolo nascosto del lago o un piccolo borgo fuori dalle rotte turistiche. E poi gli faccio ascoltare Fabrizio De André
Dopo dieci anni continuo a credere che la cultura non coincida con un grande evento. Assomiglia molto di più a una sera d’estate in un vecchio cortile.
Qualcuno accorda una chitarra. Qualcun altro prende posto su una sedia. Le stelle fanno il resto.
E per un paio d’ore ci ricordiamo che una comunità nasce sempre nello stesso modo: quando qualcuno comincia a raccontare una storia e qualcun altro decide di ascoltarla.
Le storie vengono prima. Le canzoni, semmai, trovano il modo di seguirle.