Francesco Pecoraro, La fine del mondo, Ponte alle Grazie, pp. 356, euro 20.

Scrive Francesco Pecoraro: “Come tutti gli imperi, anche quello americano – continuamente attaccato dall’esterno e profondamente corroso dall’interno -, con alti e bassi a seconda della statura politica dell’imperatore in carica, prima di cadere definitivamente avrebbe scricchiolato per molto tempo”.
I lettori più attenti conoscono ormai da anni l’autore, in origine architetto, nato a Roma nel 1945 e messosi in luce tardivamente con i racconti di “Dove credi di andare” (2007). Dopo la parentesi di “Solo vera è l’estate” (2023), la storia di tre giovani romani nei giorni del G8 di Genova, Pecoraro con “La fine del mondo” – come a chiudere una trilogia del “fallimento” – riprende idealmente il discorso iniziato con “La vita in tempo di pace” (2013) e proseguito ne “Lo stradone” (2019). Il protagonista, ora ottantenne, ulteriore alter ego dell’autore, già dall’incipit ci fa capire le sue intenzioni trasportandoci, in una sorta di straordinaria ricognizione aerea, in volo sul mondo fino a planare nel suo nuovo quartiere romano dove vive con la compagna Carla. Contrariamente a Parigi in questa caotica Roma “mancava, ed è sempre mancata, la società moderna che la metropoli di Haussmann, lontano da qui, esprimeva”.
Se, in qualche modo, ne “Lo stradone” era presente un movimento, un’azione, ne “La fine del mondo” tutto è peggiorato: non resta, allora, che ripiegare totalmente sul proprio Io, che (si) narra attraverso un lunghissimo monologo, per osservare il disastro globale (clima, guerre, fascismi, crisi di ogni genere) e i suoi riflessi su di sé e sugli altri, tutti travolti dal grande “Flusso mercificato della Rete”.
Per le generazioni future questo romanzo sarà una grande testimonianza letteraria di un tempo che fu: la storia di un uomo anziano, sulle soglie della morte, pieno di acciacchi di ogni genere, che si autoanalizza descrivendo un mondo in rovina, così come lo è la sua città e il proprio Paese. Leggeranno della vita di un uomo colto, un piccolo-borghese, “cetomedioide”, vissuto tra la seconda metà del XX e la prima parte del XXI secolo, che: “Già dai primi anni Novanta si ritrovava ancora ateo, laico e comunista, ma massacrato dalla disillusione e, come per seguire un destino inevitabile, di recente era finito ad abitare nella città morta dei residuati della sinistra novecentesca, che era un po’ come essere già al cimitero, anzi in un deposito di rottami ai piedi di un cimitero”.
Tra i tanti possibili confronti con la tradizione letteraria, ma trascurando volutamente con un azzardo la grande narrativa italiana del ‘900, a cui è più facile confrontarlo, leggendo il libro di Pecoraro, uomo risolutamente novecentesco, mi viene di accostarlo in controcanto all’Ippolito Nievo di “Confessioni di un italiano” (1867). Si sa che i punti di snodo, le chiavi di volta per individuare un nuovo ‘zeitgeist’ si trovano spesso a cavallo di due secoli. Ora il grande romanzo del Risorgimento italiano, conosciuto anche come “Confessioni di un ottuagenario”, ambientato tra ‘700 e ‘800, raccontava attraverso la vita di Carlino il passaggio identitario dalla condizione di veneziano a quella di italiano. Era la presa di coscienza dello sviluppo e della maturazione civile e politica di una nazione. Il tono di Nievo era ironico, il linguaggio aveva una forte impronta orale, intermediazione tra aulicità e popolarità. Anche in Pecoraro troviamo una lingua apparentemente semplice, colloquiale, caratterizzata da un tono ironico, ma utilizzata per fini opposti a quelli neviani.
“La fine del mondo” è il romanzo del totale disincanto, dello sfaldamento ideologico e identitario, è la presa d’atto che tutto ciò che in cui si era sperato si è dissolto davanti all’unico vincitore, il Capitale (“che tale non si può più chiamare”), che tutto anonimamente (sur)domina, compresi i suoi “serventi primari”, gli stessi arricchiti. Cosa si può fare? “Ora che considero tutto questo, come ogni anno, e come ogni anno non riesco a fuggire da Roma, ora seduto a un vecchio pesante tavolo di legno che ho eletto a centro del mondo, ora posso, come ogni anno, riconsiderare anche il mio lento spensierato inesorabile, fallire”.