Hanno fatto scalpore, alla vigilia della premiazione del Premio Strega, le parole su Michela Murgia dello scrittore Michele Mari, il quale, al netto di qualche imbarazzante smentita postuma, sostiene che la Murgia sarebbe stata “intransigente e violenta perché brutta” e che quindi tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono finiscono per diventare rabbiose.
Parole pesanti che ci dicono quanto il patriarcato non sia un fantasma evocato dal femminismo contemporaneo, né una semplice eredità del passato ma un sistema di relazioni sociali, culturali ed economiche che continua a distribuire in modo diseguale potere, autorevolezza e libertà tra uomini e donne. Cambiano le forme, si modificano i linguaggi, ma la logica rimane sorprendentemente simile: il corpo femminile continua a essere uno spazio sul quale la società esercita controllo, aspettative e giudizio.
Michela Murgia ci ha sempre invitato a guardare ai canoni di bellezza non come a semplici preferenze estetiche, ma come strumenti attraverso cui una società definisce ciò che è legittimo, desiderabile e riconoscibile. La bellezza diventa così un principio di organizzazione del mondo: stabilisce confini, attribuisce valore ai corpi e distingue ciò che appare conforme da ciò che viene percepito come eccedenza o disordine. Anche gesti apparentemente spontanei, come truccarsi, scegliere un abito o “sistemarsi”, non nascono mai in uno spazio completamente libero, ma prendono forma dentro una rete di relazioni, aspettative sociali e norme culturali che influenzano il modo in cui ciascuno costruisce la propria immagine.
L’estetica non è mai separata dall’etica, perché ogni ideale di bellezza implica una visione di ciò che una società considera giusto, normale o desiderabile.
Da questa prospettiva, la bellezza non può essere intesa come una qualità individuale né come un bene da possedere. È piuttosto un’esperienza che nasce nelle relazioni, nel modo in cui gli sguardi, i linguaggi e le pratiche sociali attribuiscono senso ai corpi.
Se nel passato il controllo del corpo delle donne passava attraverso il matrimonio, la maternità obbligata e l’esclusione dalla vita pubblica, oggi assume forme più sofisticate. La società occidentale si presenta come il regno della libertà individuale, ma quella libertà è spesso accompagnata da un catalogo infinito di prescrizioni estetiche. È la società del “bellessere”: un modello culturale in cui bellezza e benessere diventano un imperativo morale.
Essere in salute non basta più. Occorre dimostrare di esserlo. Essere belle non è più un desiderio personale, ma una responsabilità sociale. Il corpo deve essere giovane, tonico, performante, produttivo e sessualmente desiderabile. Ogni imperfezione viene trasformata in un problema da correggere attraverso cosmetici, diete, allenamenti, interventi estetici e trattamenti sempre più invasivi.
Come sostiene la filosofa e femminista Silvia Federici, il controllo del corpo femminile rappresenta una condizione essenziale per lo sviluppo del sistema economico moderno. Il lavoro di cura, la riproduzione, la maternità e il lavoro domestico sono stati storicamente invisibilizzati perché funzionali alla produzione della ricchezza.
Se nel Novecento il corpo femminile era soprattutto uno strumento di riproduzione e cura, nel capitalismo contemporaneo diventa anche un oggetto di investimento economico permanente. L’industria della cosmetica, della chirurgia estetica, del fitness, del wellness e dell’anti-age prospera alimentando un senso continuo di inadeguatezza. Ogni imperfezione si trasforma in un mercato; ogni segno del tempo diventa un problema da correggere. Il corpo non è più soltanto un’identità biologica, ma un progetto da ottimizzare senza fine.
Il patriarcato e il mercato non si oppongono, anzi collaborano. Il primo continua a misurare il valore delle donne attraverso il loro aspetto, il secondo trasforma quella pressione in consumo.
Ecco perché Michela Murgia esortava a guardare proprio dietro questi meccanismi. Chi stabilisce cosa è bello? Chi decide quale corpo è accettabile? Chi trae profitto da quella continua ricerca della perfezione?
Sono domande scomode che ci dicono quanto ogni decisione viene presa all’interno di una cultura che distribuisce premi e sanzioni. Non possiamo ignorare il contesto nel quale una donna giovane riceve maggiori opportunità lavorative rispetto a una donna anziana; una professionista viene valutata anche per il suo aspetto e la maternità continua a incidere sulla carriera femminile molto più di quella maschile.
Perciò l’eredità lasciata da Michela Murgia, in barda da quanto sostenuto da qualche Premio Strega, ci spinge a liberarci dall’obbligo di conformarci a un ordine prestabilito ma ad aprire lo spazio a una pluralità di forme di esistenza, nelle quali la bellezza non coincide più con la perfezione o con l’uniformità, ma con la ricchezza della complessità, della vulnerabilità e della continua trasformazione del vivente.