
“Il calcio unisce il mondo” era uno degli slogan che ha lanciato questo mondiale.
Purtroppo il mondo che si è presentato a questo torneo è attraversato da fratture che nessuno stadio ha potuto dissimulare. Lo si è capito ancora prima del fischio d’inizio di Messico – Sudafrica, la partita che ha aperto i mondiali 2026. L’arbitro somalo Omar Artan, eletto miglior arbitro africano nel 2025 dalla Confederazione africana (Caf), e selezionato tra decine di altri, è stato “ritenuto inammissibile per motivi di sicurezza”. La Somalia figura nella lista dei paesi colpiti dal travel ban di Trump, un editto che vieta o limita severamente l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di diciannove paesi. Tra questi la Somalia. E quindi Omar Artan, che sarebbe stato il primo somalo a dirigere una partita in un Mondiale di calcio maschile, ha dovuto rimanere a casa.
Che sia stato un mondiale ‘ad alta intensità geopolitica’ è confermato da quanto successo ben oltre il rettangolo di gioco. Alla delegazione di Teheran, per esempio, è stato concesso l’ingresso negli Stati Uniti esclusivamente per disputare le partite. I calciatori persiani non hanno avuto il permesso di pernottare sul suolo americano e, con tutto il loro team, sono stati costretti a stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico. In pratica sono diventati una sorta di “pendolari del gol”.
La nazionale dell’Uzbekistan, invece, è stata sottoposta a controlli rigidissimi, effettuati utilizzando oltre ai metal detector, anche i cani antidroga. “Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma alla fine siamo stati gli unici ad avere un simile trattamento”, ha ringhiato Fabio Cannavaro, commissario tecnico uzbeko che per l’occasione ha sfoderato la grinta di quando era capitano di un’Italia che ancora partecipava (e talvolta vinceva) i mondiali.
Federico Buffa, alla richiesta di un commento sui Mondiali 2026, ha risposto: “Il romanticismo non c’è più, è solo show business”. Difficile dargli torto. Basti pensare agli spot pubblicitari durante gli “Hydratation break”: pause di tre minuti per tempo presentati come oasi di idratazione per calciatori bolliti dal gran caldo. Il fatto che i time out si siano consumati anche nelle partite giocate in stadi coperti e dotati di aria condizionata, è la conferma che nascono da un’altra volontà. Il quotidiano Indipendent ha parlato di un nuovo “Watergate”. Il gioco di parole rimanda allo scandalo che obbligò il presidente Nixon a dimettersi, qui invece ci si riferisce ai milioni che fruttano questi time out. Qualcuno, almeno a parole, si è ribellato. E ha mostrato il suo imbarazzo.
E’ successo anche quando Trump, stravolgendo qualsiasi regola, ha cancellato il cartellino rosso che impediva a un calciatore statunitense di scendere in campo. D’altronde quando vede qualcosa di rosso il presidente americano pensa a complotti comunisti, perde le staffe, il suo sguardo diventa invitante e sensuale come un’autopsia, e le sue esternazioni diventano deliri.
Chi non ha voluto mettersi contro Trump è la giornalista Rai Paola Ferrari, che si è subito dissociata da Marco Tardelli che in onda aveva criticato l’operato del presidente americano. Ma è stata l’intera Rai a non brillare durante le trasmissioni per questo mondiale.
Se durante le Olimpiadi invernali aveva fatto sorridere mezzo mondo facendo confusione tra San Siro e lo Stadio Olimpico, scambiando Matilda De Angelis con Mariah Carey e identificando erroneamente la presidente del Comitato Olimpico con la figlia del Presidente Mattarella, ai mondiali di calcio ha quasi fatto di peggio. Per esempio in un servizio è stato detto che sugli spalti era stato avvistato Steve Jobs. Peccato che il fondatore di Apple sia deceduto quindici anni fa.
Unica consolazione per la Rai è che è stata in buona compagnia. Una presentatrice statunitense, mentre commentava l’espulsione del calciatore Usa Folarin Balogun, avvenuta nella gara contro la nazionale della Bosnia – Erzegovina ha dichiarato: “Dato che si tratta di due Paesi piccoli – o meglio, ‘più piccoli’ – la nazionale statunitense si è trovata ad affrontarli entrambi”, ha detto la giornalista, ignara del fatto che la Bosnia ed Erzegovina sia un solo Stato (con una sola nazionale, andata ai Mondiali eliminando ai rigori l’Italia).
Chi si è salvato? Sul campo la nazionale del Curaçao. La Germania contro di lei avrà anche vinto 7-1, ma nessuno toglierà alla piccola isola caraibica olandese la soddisfazione di aver segnato un gol ai tedeschi. Non bisogna dimenticare che in Germania ci sono ben cinquantadue città con una popolazione superiore a quella dell’intera Curaçao.
L’eroe del mondiale è senza dubbio Josimar Jose Evora Dias di Capo Verde, meglio conosciuto come Vozinha: un portiere quarantenne che ha trascorso gran parte della sua carriera nelle serie minori. Con le sue parate ha fatto della nazionale dell’arcipelago di isole alla deriva nell’oceano Atlantico, la squadra rivelazione di questi mondiali. Son bastate tre partite e i suoi follower sono passati da circa cinquantamila a oltre venti milioni.
Sugli spalti l’eroe è stato Michel Kuka Mboladinga, per tutti “Lumumba Vea” (“Lumumba vive”). È un super-tifoso del Congo che dal 2013 assiste a tutte le partite della nazionale rimanendo perfettamente immobile per 90 minuti, più recuperi ed eventuali supplementari. Indossa un abito sartoriale blu, giallo e rosso, ha gli occhiali spessi e la riga di lato tipica degli anni ‘60. Ha il braccio destro teso verso il cielo, congelato nella stessa identica posa della statua di Patrice Lumumba a Kinshasa. I tifosi congolesi hanno spiegato: “Lumumba rappresenta la libertà, il potere forte, la prosperità e la sovranità del nostro Paese”.
E a proposito di popoli in cerca di libertà durante i mondiali è passata sotto silenzio la morte di un portiere di una squadra di calcio palestinese. Quest’uomo si chiamava Saleem Khader al-Ashqar ed aveva 32 anni. Giocatore del Khadamat Rafah, era l’unico figlio maschio di una famiglia con sette sorelle e aveva militato anche nei club di AlAqsa e AlMasdar. Era uscito di casa alla ricerca di una bombola di gas nel tentativo di cucinare e sfamare i suoi familiari. Da quel momento non ha fatto più ritorno, perché è stato colpito dal fuoco di un carro armato israeliano. Si era sposato da pochi mesi. Sua moglie aspetta il loro primo figlio, un bambino che purtroppo nascerà orfano. Secondo le autorità palestinesi, la sua morte porta il numero totale di atleti palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 a circa 1.070, mentre il numero complessivo di civili uccisi ha superato i 74mila.
Per quest’omicidio la Fifa non ha speso una sola parola …
(15 luglio 2026)
