“Si avvertiva la mancanza di un romanzo così specifico su quegli anni. Privo di ipocrisia e senza fare sconti è una lettura molto interessante anche per coloro che non conoscono quel periodo della storia italiana e comunque utile per sollecitare un confronto, un dibattito che questo Paese si è sempre rifiutato di avviare”. Così il maestro Massimo Carlotto scriveva di “Romanzo Rosso. Gli anni del furore e del piombo” nei suoi “Consigli di lettura”, generosamente donati alle lettrici e ai lettori di Sinistra sindacale lo scorso anno (https://www.sinistrasindacale.it/2025/07/28/consigli-di-lettura-di-massimo-carlotto/).
Quando ho visto le sue note, ero già parecchio avanti nella lettura del romanzo. Lo avevo acquistato e lo stavo leggendo, nonostante il primo istinto di tenermene lontano, quando ne avevo sentito parlare in una trasmissione su Radiotre.
Anch’io pensavo – e penso – che a questo paese servirebbe un dibattito vero sugli anni ’70, dibattito mai affrontato. Ma cerco di fuggire come la peste la riproposizione, sotto qualunque veste, del refrain mainstream che li legge esclusivamente o prevalentemente come “anni di piombo”. Per questo volevo tenermi alla larga dal romanzo di Corrias, mi “puzzava” di riproposizione di quel luogo comune apparentemente inattaccabile.
Poi Corrias – giornalista serio e documentato, che ha vissuto quegli anni a Milano, e di cui sono sostanzialmente coetaneo – è venuto a presentare il libro ad Orvieto. Sono andato a sentirlo – sempre sufficientemente scettico. E più che la presentazione del romanzo in sé – anche per la giusta attenzione a non raccontare troppo, privando i lettori del gusto della “scoperta” – inevitabilmente il suo colloquio con il moderatore e con gli interventi del pubblico si è soffermato su una lettura degli anni ’70 che ho trovato equilibrata, articolata, ampiamente condivisibile. Mi ha rassicurato, quindi, sul fatto che il romanzo non riproponesse il cliché degli “anni di piombo”, nonostante il sottotitolo e la seconda di copertina: “Romanzo rosso è il racconto epico dell’ultima vera sollevazione collettiva. È il grande romanzo italiano degli anni settanta che in tanti hanno aspettato a lungo di leggere”.
No! Non ho particolare ambizione o presunzione ad essere in quel “tanti” ma – non me ne voglia l’ottimo Corrias – io un romanzo così proprio non lo aspettavo. Esattamente per la ragione che mi aveva suggerito di tenermene lontano: gli anni ’70 sono prevalentemente narrati come anni di violenza, gli “anni di piombo” sono solo parzialmente mitigati da “anni del furore”.
Intendiamoci, il romanzo è “avvincente” e godibile, è scritto con una prosa a volte asciutta ed essenziale, a volte romantica e poetica – non solo nelle molte pagine che disegnano il rapporto d’amore tra il protagonista e quella che il flusso degli avvenimenti “storici” impedirà che diventi la donna di tutta la sua vita. Fra l’“amore” e la “rivoluzione” “il biondo” – il protagonista – sceglie decisamente la rivoluzione e – anche suo malgrado – sarà costretto a lasciare Milano, un po’ latitante, un po’ romantico rivoluzionario che insegue altri lidi rivoluzionari in America latina.
Il punto, per quanto mi riguarda, è che Corrias decide di raccontare – come fosse l’emblema di quella generazione e di quelle enormi spinte al cambiamento, praticate da larghe masse, giovanili e non solo – la storia di un militante di un gruppo di “cani sciolti” che assumono quasi naturalmente e necessariamente il livello della violenza, di una sorta di “semiclandestinità” – dagli incendi, alle gambizzazioni, alle rapine di autofinanziamento, fino all’omicidio, anche se non voluto.
In questo senso mi sembra che il romanzo – consapevolmente o meno – non si discosti dalla lettura prevalente di quegli anni, appunto, come “anni di piombo”.
Anche qui senza semplificazioni e senza attribuire all’autore intenzioni che probabilmente non ha. Va riconosciuto che, ovviamente, al di là del “romanzesco” e della fiction – e ci mancherebbe, è appunto un romanzo! – la storia rappresenta una parte delle pulsioni e della realtà degli anni ’70 e che non c’è nessuna concessione né alla mistica della violenza, né all’equazione tra qualsiasi livello di illegalità e di violenza e il terrorismo brigatista. In qualche modo, anzi, il romanzo è attraversato dalla netta distinzione tra forme di lotta illegali, “violenza di massa” e terrorismo (distante dalla teoria dei “cerchi concentrici” di Pecchioli, per intenderci) e lascia capire come aree di movimento che hanno praticato forme di lotta violente siano state anche barriera al reclutamento da parte delle formazioni terroristiche.
Così come è assolutamente corretta e condivisibile l’analisi – che fa da necessario sfondo alle storie dei protagonisti del romanzo – delle vicende politiche e sociali che caratterizzarono quegli anni: dallo stragismo nero e la strategia della tensione al rapimento Moro, all’inchiesta 7 aprile, dal “riflusso” dei movimenti all’esplosione della diffusione e del consumo dell’eroina, allo stesso tempo concausa ed effetto di quel riflusso e della profonda disillusione sui possibili sbocchi “rivoluzionari” o, più realisticamente, di radicale cambiamento delle strutture sociali e politiche di una paese “asservito” agli Usa e soggiogato dal regime democristiano.
Non si può certo pretendere da un romanzo la corretta lettura ed analisi di un periodo storico così controverso – e chiunque l’ha vissuto, chi ha militato allora ha certamente il nervo scoperto della “nostalgia” e dell’essere “prigioniero” delle proprie scelte e collocazioni di allora …
Per accogliere la sollecitazione di Massimo Carlotto, però, bisogna pur dire – credo – che se questo romanzo descrive verosimilmente bene un’ala non piccola né marginale del movimento di massa di allora, dalla narrazione – e dal dibattito, che non c’è – continua a restare fuori la maggioranza di giovani che pure partecipava alle mobilitazioni, ai cortei, alle riunioni, alle forme di lotta anche “dure” e illegali, che voleva “cambiare il mondo”, era “naturalmente” internazionalista (Vietnam, Palestina, Cile, Sudafrica, Irlanda del Nord, Nicaragua…) ma non si è lasciata trascinare dal “violentismo” e sostitutismo di una piccola parte del movimento.
Per non parlare di quella parte – i cosiddetti “gruppi extraparlamentari”, alcuni forse un po’ troppo denigrati nel romanzo – che hanno tentato di dare una veste politica più stabile e strutturata alle spinte che venivano dal movimento.
Qui – lo ripeto – pesano come macigni le esperienze personali. Ma, avendo vissuto una realtà non certo “pacificata” – prima di tutto nello scontro con i fascisti – come quella di Padova, io ricordo che nel dibattito sulla violenza, che certo attraversava tutte le ali del movimento, non solo incrociavamo il pensiero femminista e militanti convintamente non violenti – a partire dai primi obiettori di coscienza al servizio militare – ma in molti gruppi e in molte aree la violenza “consentita” e praticata era quella che si poteva rivendicare pubblicamente all’interno del movimento, in quanto appunto illegalità di massa.
Nella mia esperienza sono gli anni delle occupazioni di case, dei picchetti davanti alle fabbriche, delle autoriduzioni delle bollette, dei mercatini rossi e delle prime esperienze di gruppi d’acquisto nei quartieri o nelle fabbriche (oggi li chiamiamo gas o gap …). E non mancavano le “chiusure” delle sedi fasciste, ma erano cortei di migliaia di persone che “coprivano” il piccolo gruppo del “servizio d’ordine” nell’azione materiale.
E una parte consistente del movimento combatteva la diffusione dell’eroina rifuggendo assolutamente alla pratica – militare più che militante – di picchiare piccoli spacciatori e, peggio, i consumatori …
Nella sua presentazione ad Orvieto, Corrias ha giustamente detto che, con il sequestro Moro, le Br hanno sequestrato anche il movimento.
Le speranze e le mobilitazioni degli anni settanta, un’intera generazione di “rivoluzionari”, certamente di sognatori, sono state triturate nella tenaglia fra la repressione dello Stato – lo Stato delle stragi e dei servizi segreti non “deviati” ma ben indirizzati, come ancora giustamente ha detto l’autore – cui ha dato una grande mano la linea del Pci del “compromesso storico”, praticata in “unità nazionale”. (Per inciso, verso la fine del libro, c’è una frase che mi ha mosso la mosca al naso … perché è un altro refrain delle “sinistre” di questi anni: “Detestavate Berlinguer, ma aveva ragione lui: se le sinistre fossero andate al potere, ci sarebbe stato il golpe come in Cile”, dice Nelson al padre.)
E gli anni ’70 sono stati anni di importanti conquiste civili, sociali, politiche, anche se i risultati “riformistici” non accontentavano giustamente buona parte dei movimenti. Col senno di poi, però, hanno rappresentato avanzamenti fondamentali, molti dei quali perduti nei decenni successivi …
Ma allora, insieme alla disillusione, al riflusso, alla deriva violenta delle azioni semiclandestine, c’è stata una parte significativa di compagne e di compagni, di militanti, di intellettuali, se non “organici” certamente proiettati al cambiamento, che hanno continuato a resistere e a proporre idee, lotte, mobilitazioni, forme di organizzazione che dessero continuità a quella spinta rivoluzionaria che, certamente, in ogni sua componente, è stata drasticamente sconfitta.
Chissà se qualcuno sarà capace di farne una narrazione, anche romanzesca, per le prossime generazioni.