Luciano Emmer, che aveva vissuto infanzia ed adolescenza a Venezia, abbandona la città e inizia a realizzare documentari d’arte alla fine degli anni trenta. Dopo il secondo dopoguerra ritorna a Venezia per realizzare alcuni documentari sulla città nella laguna, uno intitolato “Isole nella laguna”, girato a Burano, Torcello e Murano. Il film inizia con la ripresa di una merlettaia, su una striscia di terra in laguna, che sta infilando con un ago delle perline in un filo; alla fine del film si vede il museo del merletto di Burano con le donne che realizzano con aghi e fili e tecniche differenti, diversi motivi dei merletti. Un mestiere di donne, un mestiere nato per soddisfare la voglia di eleganza superflua delle aristocratiche veneziane.

Donne, fili, aghi, 2026, alla Biennale di Venezia.

Non proprio alla Biennale, quella dei padiglioni ufficiali, per il banale motivo che non esiste uno Stato Palestinese e quindi non esiste un padiglione Palestinese. Ma non si tratta ovviamente di merletti. La tecnica è diversa, le motivazioni sono diverse, gli strumenti sono diversi, lo scopo è semplicemente politico, umanitario verrebbe da dire. Una delle tante tragedie che si stanno consumando davanti agli occhi del mondo da anni, con un intenso aumento di vittime e di distruzione negli ultimi mesi, è quella della striscia di Gaza. Sono anni e anni che si sta (o non si sta) cercando un modo per riuscire a portare la pace in quella zona del mondo, garantendo una vita piena di speranze alle generazioni future dei popoli coinvolti. Cercando di sradicare l’odio, la vendetta, le stragi, i bombardamenti, la fame. L’arte è spesso stata non certo la soluzione dei conflitti, ma spesso un modo concreto di far cogliere le ragioni che dovrebbero portare a soluzioni pacifiche e condivise.
Uno degli esempi più famosi è la grande tela di Pablo Picasso “Guernica” realizzata dopo il primo bombardamento a tappeto della storia che portò alla distruzione della città basca il 26 aprile 1937. Una grande tela, ‘tela’ parola che ritorna anche nelle tecniche di cucito, del merletto.
Dunque Biennale d’arte di Venezia, donne, tecniche di cucito, tragedie, vittime, ricordo, speranza, futuro. Senza un padiglione qualcuno ha pensato di organizzare, come si fa spesso per paesi che non hanno un padiglione nazionale nei giardini della Biennale, un padiglione esterno, in un palazzo della città. Come fece lo Stato del Vaticano qualche anno fa per la Biennale di Venezia di architettura, realizzando un padiglione all’isola di san Giorgio, che è poi diventato permanente.
Riassumendo, alla Biennale d’arte di quest’anno vi è un padiglione esterno per uno Stato che non c’è, quello della Palestina. O, volendo essere precisi, un evento collaterale ufficiale della Biennale d’arte di Venezia. Titolo “Gaza – No Words – See the Exhibit” (Gaza -Senza parole – guardate la mostra).
Quando si va a visitare una mostra d’arte capita di dover scrivere una recensione, insomma dire che cosa se ne pensa dal punto di vista artistico, menzionando ovviamente anche le implicazioni storiche, emotive, personali. Politiche per dirle in una parola. Tenendo presente che è molto delicato dover usare parole per descrivere (?) la mostra che si sta visitando, se poi il tema della mostra è ‘Gaza senza parole’, ben si comprende come sia difficile riuscire a trovare le parole adatte.
Qualcuno si chiederà perché iniziare con il merletto veneziano. Perché la mostra consiste in opere di donne palestinesi provenienti da Gaza, dalla Cisgiordania, da tanti altri luoghi della diaspora, a cui è stato chiesto di realizzare opere con aghi e fili, tutte opere ricamate a punto e croce, per essere precisi. Un modo di lavorare molto diffuso nella comunità delle donne palestinesi, una lunga tradizione. La mostra, “Gaza – No Words – See the Exhibit”, è composta da cento opere realizzate attraverso il ‘Tatreez’, l’antica tecnica di ricamo palestinese tramandata per generazioni soprattutto dalle donne e storicamente legata agli abiti tradizionali, alla memoria familiare e alla dimensione domestica.
Il ‘Tatreez’ è più di una semplice decorazione. “È un modo di raccontare storie, preservare il patrimonio culturale ed esprimere la nostra identità” spiega su ‘Vanity Fair’ Yasmeen Mjalli fondatrice e direttrice creativa di ‘Nöl Collective’, basato a Ramallah, in Cisgiordania. “Ogni punto ha un significato, ogni motivo racconta la storia familiare, l’identità regionale o eventi significativi nella vita di chi lo indossa”. “‘Tatreez’, il ricamo tradizionale che custodisce la storia della Palestina: quando la resistenza passa da ago e filo. Potente strumento di resistenza culturale, la moda – insieme a un’antichissima tecnica di ricamo – mantiene viva la memoria e l’identità palestinese, oltre la distruzione e la diaspora, e ci consegna un messaggio importante”, ha scritto Maria Luisa Tagariello su ‘Vanity Fair’ dell’ 8 febbraio 2025.
Il curatore della mostra alla Biennale, Faisal Saleh, artista e fondatore del ‘Palestine Museum US’, (https://www.palestinemuseum.us/) ha coordinato il lavoro insieme a ricamatrici palestinesi trasformando il ‘Tatreez’ in uno strumento di archivio politico e memoria collettiva.
Ha scritto Antonino La Vela (https://www.artribune.com/author/antonino-la-vela/) intervistando il curatore il 19 maggio 2026 su ‘Art Tribune’: “Molti visitatori hanno già iniziato a definirlo ‘il vero Padiglione Palestinese’ della Biennale”. Ed aggiunge, riportando le parole del curatore:
“Le immagini ricamate ricostruiscono scene tratte principalmente dalle fotografie provenienti da Gaza negli ultimi due anni e mezzo: corpi avvolti nei sudari, bambini uccisi, madri che salutano i figli prima della sepoltura, ospedali bombardati, famiglie cancellate. La lentezza manuale del ricamo entra così in collisione con la brutalità delle immagini contemporanee, producendo uno dei contrasti visivi più forti incontrati finora alla Biennale”.
Questa è l’idea. Ci sono migliaia di immagini che documentano quello che è successo e quello che continua a succedere a Gaza. Perché non appropriarsi di quelle immagini, farle diventare immagini della eredità culturale palestinese tramite il ricamo, far realizzare quelle immagini a ricamo a punto croce, realizzarne un bel numero, che alla fine comporranno una enorme affresco che testimonia una parte importante della storia della inesistente Palestina. E alla mostra si va a vedere il risultato di questa operazione culturale e politica. Quelle immagini, molte di quelle immagini le abbiamo già viste, le ricordiamo, tragiche, disperate, inguardabili. Ora sono una cosa diversa. Sono una testimonianza viva, sono uno sguardo al futuro, sono il rifiuto di essere immagini di guerra perenne, sono speranza del futuro.
In quel vecchio palazzo veneziano, dove i merletti saranno stati (e forse sono ancora) di casa, superflui ma parte della vita di tante donne veneziane, i ‘Tatreez’ fissano le immagini (che altrimenti sarebbero semplici immagini digitali su telefonini, su computer e così via, immagini che svaniscono nella banalità e oscenità di tante immagini di Internet) per diventare qualche cosa d’altro che fa molto più paura perché risveglia l’umanità. Le mani delle donne hanno compiuto il miracolo di far diventare arte di riscatto quelle immagini, resteranno nei più grandi computer visivi che abbiamo, la nostra mente. Ancora più delle immagini da cui hanno preso origine. Perché l’idea, la manualità, l’arte, è nata dall’impossibile, rendendo umana la testimonianza e proprio per questo rendendo l’opera d’arte destinata a durare. Un miracolo che non ha bisogno di parole ma solo di una cosa del tutto utopica, appunto: ‘l’Umanità’. Che significa speranza di futuro. Essenziale anche la tecnologia, le mani, l’inventiva, il filo, l’ago. Altro che l’intelligenza artificiale. Arte creata dall’essere umano, quasi inconsapevole. Che resterà.
La domanda a cui doveva rispondere nell’intervista di Antonino Vela il curatore della mostra era: “Come si cura una mostra sul genocidio? Faisal Saleh e la domanda palestinese che attraversa la Biennale di Venezia”. Aggiunge Vela: “Mentre ai Giardini di Venezia si moltiplicano proteste, tensioni diplomatiche e scontri simbolici attorno alla Biennale arte 2026 una delle mostre più destabilizzanti dell’intera manifestazione non appartiene a nessun padiglione nazionale ufficiale. Si trova ai margini del sistema espositivo principale, ma riesce probabilmente più di molte altre opere a mettere in crisi il rapporto tra immagine, politica e responsabilità morale”.
Nell’intervista Vela pone altre domande: (Cito le parole del curatore)

Molti visitatori escono dalla mostra profondamente colpiti. Lei stesso, durante questa conversazione, ha avuto difficoltà a raccontare alcune opere. Cosa significa convivere per mesi con queste immagini?
“Lavoro su questo progetto da circa sedici mesi. Quando guardi continuamente questo materiale, inevitabilmente ti entra dentro. Ti consuma emotivamente. A volte, mentre provo a spiegare alcune immagini alle persone, non riesco nemmeno a completare il discorso. Ci sono opere qui dentro che è difficilissimo spiegare. Come fai a raccontare un padre che sta per seppellire la figlia e continua ad accarezzarle la treccia per l’ultima volta? Oppure una donna che tiene le mani delle sue due figlie morte e le bacia prima della sepoltura? È tutto devastante”.

Lei sostiene che il problema non sia soltanto ciò che accade a Gaza, ma anche il modo in cui Gaza viene raccontata o rimossa dai media occidentali. Questa mostra nasce anche come contro-narrazione?
“Assolutamente sì. L’arte arriva direttamente al cuore delle persone. Noi vogliamo mostrare ciò che è accaduto perché i media occidentali hanno rifiutato di raccontare Gaza nel modo corretto. Alcuni continuano ancora oggi a dire che non esiste ciò che noi consideriamo un genocidio. I palestinesi raramente hanno la possibilità di raccontare la propria storia. I giornalisti non possono entrare a Gaza e quelli che ci sono vengono uccisi. Molti grandi giornali internazionali non hanno nemmeno parlato di questa mostra. La vera domanda è un’altra: è giusto che la Biennale accetti soltanto padiglioni di Stati riconosciuti ufficialmente? Credo sia una regola ingiusta. Esistono popoli che hanno diritto a essere rappresentati anche senza un riconoscimento formale. La Biennale dovrebbe ripensare i propri criteri. Artisticamente parlando, questa è praticamente l’unica mostra della Biennale che affronta direttamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza”.

Ho voluto riportare le parole del curatore che mi sono sembrate le migliori per descrivere il suo progetto. Citando la fonte.
Siamo in un antico palazzo veneziano, Palazzo Mora, dove ha sede il ‘European Cultural Centre Italy’, Strada Nova 3659, Sestiere Cannaregio, Venezia, aperta sino al 22 novembre 2026.
Le parole sono comparse, in realtà, inevitabili. Il dramma umano è quello di dover raccontare anche quello che non si riesce ad immaginare, la realtà. L’arte, le immagini, sono il ponte, o meglio in questo caso, sono i fili di Arianna, che rendono fisicamente visibili i frammenti sparsi altrimenti incomprensibili e destinati ad essere dimenticati. Migliaia di fili per ricomporre una grande tela, una tela che deve riuscire a ricucire l’umanità dispersa. Utopia, che distingue l’umanità che può immaginarla, e, alle volte, realizzarla.
Mi dispiace molto che il film di mio padre non mi abbia spinto ad imparare a ricamare, mai avrei immaginato di scrivere sul ricamo, Palestinese.

Foto di © Marcela Villarreal