
L’ecocidio è l’uccisione della nostra casa comune, la Terra. Deriva dal greco ‘oikos’ (casa) e dal latino ‘caedere’ (uccidere). L’ecocidio è la distruzione massiccia o la perdita di interi ecosistemi, causata da attività umane intenzionali o sconsiderate. “Se fossero una nazione, le guerre sarebbero il quarto paese al mondo per emissioni inquinanti”, denuncia Stefania Divertito, giornalista ambientale d’inchiesta, che ha raccolto anni di studi e incontri sul tema nel libro ‘Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la terra’ (Il Saggiatore, 2026). “I danni non finiscono con la guerra, ma continuano per decenni o addirittura per secoli, come accaduto ad esempio con la prima guerra mondiale”.
Fanno il deserto e lo chiamano pace, le parole di Tacito sono sempre attualissime, dopo duemila anni.
“Quando parliamo delle guerre pensiamo subito ai morti, ai danni e alle violenze sulle persone. Sembrava quasi una bestemmia concentrarsi sull’ambiente. É ovvio che le guerre come prima, sconvolgente e terribile conseguenza hanno l’uccisione degli esseri umani. Poi però bisogna mettere a fuoco anche quel che accade al pianeta. Perché la guerra uccide due volte: uccide nell’immediato, quando cade la bomba, distrugge vite, famiglie, società; e poi continua a uccidere, anche quando si firmano i trattati di pace la guerra seguita a mietere vittime. Ancora morti per l’inquinamento delle matrici ambientali. Su questo aspetto vorrei anche sottolineare il lavoro incredibile che stanno facendo ricercatori, professori universitari, attiviste e attivisti. Sono stati creati strumenti, vere e proprie piattaforme su cui caricare la prova del danno ambientale. Anche per ricordare come era quel luogo prima dei bombardamenti. Altrimenti avremmo una serie di ‘reset’ in giro per il mondo, senza più riuscire a sapere cosa abbiamo perso, cosa è stato cancellato dai conflitti armati. Se è giusto che alle vittime vada il primo pensiero, non va dimenticata un’altra violenza, che poi sempre sulle persone si riversa: i danni agli ecosistemi, all’ambiente, al suolo, a causa della guerra”.
Parliamo del caso Verdun, in Francia, più di un secolo fa.
“Quello di Verdun è un caso emblematico. Lì si è consumata una nota battaglia della Prima guerra mondiale, si studia sui libri di scuola. Quello che però non si racconta è che migliaia e migliaia di munizioni e proiettili sono rimasti nel terreno, dove ci sono ancora le buche, gli avvallamenti, i dossi provocati dalla caduta delle bombe, che hanno contaminato il suolo e le falde acquifere. Con una certa lungimiranza, la Francia ha scelto di recintare questo territorio, dichiarandolo ‘zona rossa’: un monumento a cielo aperto ai danni della guerra, diventato meta di gite scolastiche e di tour organizzati, dove però non è possibile vivere, non si può coltivare, non si può allevare nulla. Abbiamo una trasposizione ad oggi di cosa, anche dopo un secolo, causa la guerra. Quella zona è lussureggiante se la vedi dall’alto, con Google Earth o con i satelliti, poi quando ci sei dentro è impraticabile”.
Un secolo fa Verdun, oggi Gaza. Le immagini che vediamo sono quelle di una città ridotta in macerie.
“Si potrebbe dire: guerra che vai disastro che trovi. A Gaza è molto diverso rispetto a quello del conflitto bellico in Iran, per confrontare due guerre che si combattono nella stessa area e nello stesso momento storico. Nella Striscia c’è un’enorme distesa di macerie da rimuovere, e poi una vasta area da ricostruire, completamente. Abbiamo avuto le emissioni quando c’è stata la guerra – anzi c’è ancora – nel momento della devastazione, della distruzione; e dopo avremo nuove emissioni quando saranno rimosse le macerie. Ancora emissioni quando dovranno essere avviate le opere di ricostruzione, cemento e via dicendo. A Gaza l’altro aspetto del disastro ambientale, enorme, riguarda l’agricoltura. La Fao ci dice che il 98,5% dei terreni agricoli della Striscia sono persi, non producono più. Solo l’1,5% è ancora coltivabile. Non basta, gli israeliani, i coloni, stanno perpetuando una sistematica sostituzione arborea. Al posto delle coltivazioni tradizionali palestinesi, oggi ci sono altre colture arboree importate dai coloni. In Iran invece l’attacco sistematico alle infrastrutture petrolifere fossili produce sversamenti che inquinano il mare e la terra, con emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Una situazione gravissima”.
Una progressiva presa di coscienza da parte dei popoli che abitano il pianeta sarebbe la benvenuta.
“Auspico che ci sia una sorta di Onu delle bonifiche, che a un certo punto intervenga. Penso a quello che sta accadendo in Ucraina, dopo l’abbattimento, l’esplosione dolosa della diga di Kakhovka che ha prodotto un vero e proprio ecocidio. Non solo è andato perduto il 90% dell’acqua di quel bacino, ma quella zona – e questo ufficialmente non era noto – ospitava migliaia di tonnellate di fanghi industriali, di risultanze della produzione metallurgica dell’ex Unione Sovietica, che hanno invaso il territorio dei comuni a valle. Dopo poco più di tre anni ci siamo accorti che le colture arboree spontaneamente cresciute nell’area erano capaci di captare e raccogliere i residui industriali nell’apparato radicale. Di fatto stanno assorbendo l’inquinamento senza trasmetterlo alle foglie. Ed è una tecnica di bonifica, il fitorisanamento, che è stata per esempio sperimentata anche a San Giuseppiello (Giugliano in Campania). A San Giuseppiello, terra dei fuochi fortemente inquinata, la piantumazione di migliaia di arbusti e pioppi è stata in grado di assorbire, accumulare o neutralizzare residui tossici dal suolo, come cadmio e cromo”.
In una società globaleche non riesce a condannare nemmeno chi si macchia di genocidio, la possibilità di processare econdannarechi distrugge l’ambiente sembra quasi un’illusione.
“Non riusciamo a punire chi commette un crimine ben visibile come il genocidio, figuriamoci un reato che nell’immediato non è neppure valutabile. Jojo Mehta, presidente di ‘Stop ecocide international’, spiega però che nel momento in cui l’ecocidio diventerà ufficialmente reato, ratificato dalla Corte penale internazionale, avrà una valenza soprattutto di deterrente. Solo nel 2015 l’Italia si è dotata di una legge sugli ecoreati. Undici anni fa per punire chi si macchiava di inquinamento, di disastro ambientale, non avevamo un’apposita voce del codice penale, dovevamo utilizzare l’ articolo che parla di ‘gettito pericoloso di cose’. Anche per questo spesso i processi non andavano come sarebbero dovuti andare, prescrizioni troppo brevi, sanzioni impossibili da applicare. Il bilancio di Legambiente racconta che dall’approvazione della legge sugli ecoreati sono aumentati gli arresti, i sequestri, le sanzioni. Di pari passo è aumentata anche la spesa delle aziende in sicurezza ambientale. Non certo perché le industrie siano diventate improvvisamente ambientaliste, piuttosto hanno scelto di investire in sicurezza per non incorrere nel rischio di essere punite. La legge funziona da deterrente e prevenire il danno ci interessa molto più che trovarci a disastro compiuto. Non penso che gli Stati Uniti, chi vuol far la guerra, decida improvvisamente ‘non armo questo drone perché c’è il reato di ecocidio’. Ma molte aziende che producono quel tipo di armi, quel tipo di inquinamento, che sono quotate in borsa, possono avere un nocumento economico dall’esistenza di questo reato. E allora forse qualcosa potrebbe cambiare”.
Corriamo il rischio di dover piangere l’ambiente perduto, con la sola consolazione di poterlo rivedere nelle cartoline d’epoca.
“Mi ha affascinata tantissimo conoscere le sentinelle dell’ambiente in tempo di guerra. C’è una rete di persone che in Sudan, in Afghanistan, in Iran, a Gaza, in Congo, in Ucraina, stanno facendo di tutto per mettersi in salvo, ma nello stesso momento riescono a raccogliere le prove del danno ambientale, istruiti, formati da professori universitari, ricercatori. Anna Berti Suman con Doug Weir, che si occupa di danni ambientali da guerre da oltre vent’anni, fondatore dell’osservatorio Ceobs, (Conflict and Environment Observatory), hanno creato veri e propri strumenti digitali, piattaforme che in tempo reale raccolgono segnalazioni che arrivano da paesi in guerra e le catalogano, le geolocalizzano. Tanti, tantissimi database. Ce ne è uno, ad esempio, che si occupa dello stato di salute del fiume Dnipro, quindi monitora le battaglie che ci sono lungo questo corso d’acqua, si chiama ‘Save-Dnipro’. C’è ne è un altro, organizzato dal governo ucraino, che si chiama EcoZagroza, uno che ha come base Gaza, coordinato dal professore Benjamin Neimark. Stanno raccogliendo prove. Bisogna ricordare, sapere che cosa c’era prima: piante, animali. Si crea una rete di sensibilizzazione attorno a queste esperienze, che possono far crescere anche una sorta di consapevolezza. Quando si parla con tanta leggerezza di riarmo europeo, dobbiamo tener conto di quali possono essere i risultati, devastanti per l’uomo e per l’ambiente”.
Come si pone il nostro Paese di fronte a questi risultati scientifici?
“Abbiamo una Costituzione che all’articolo 9 ci impone di fare azioni, di agire per la tutela delle generazioni future. É proprio scritto nella modifica approvata all’unanimità nel 2022, non milioni di anni fa. Agire in maniera difforme alla Costituzione ha delle conseguenze giuridiche, anche giudiziarie. Poi ci sono le risoluzioni Onu, l’ultima è del maggio 2026, approvata a stragrande maggioranza anche con il voto italiano, che impongono ai governi di contrastare i cambiamenti climatici. Non farlo può comportare delle denunce. E ci sono già state delle sentenze rivoluzionarie in materia di climate litigation, a favore dei ricorrenti”.
I giovani protestano e chiedono giustizia climatica, i governi li mandano alla sbarra…
“Il nostro governo fa i decreti sicurezza proprio per rendere più difficile manifestare. Alcuni articoli sembrano scritti apposta per limitare la possibilità di organizzarsi per protestare. Anche quando si difende l’ambiente e il pianeta in cui viviamo”.
