
Ho amato molto Imma Barbarossa per la sua storia politica, la sua ricerca teorica, per la sua stessa vita. Una donna della Costituzione repubblicana antifascista, immersa sempre profondamente nella società, dalla parte del movimento operaio. Ha sempre costruito ponti e abbattuto muri, radicata nelle elaborazioni e nelle pratiche dei movimenti, tentando sempre, con ostinazione, di ricostruire i nessi della loro unità, evitando ogni subordinazione politicista. Imma ha attraversato mille frontiere, i confini non l’hanno mai fermata.
Imma è stata una importante e stimata dirigente del Pci. Anzi, è stata una “comunista ingraiana”, come orgogliosamente amava definirsi. Lottò contro lo scioglimento del Pci e fu una convinta e instancabile fondatrice del Movimento per la Rifondazione Comunista. Di cui amò il sostantivo (rifondazione) e l’aggettivo (comunista) come indissolubili.
In quella feconda temperie, in quegli anni in cui tentammo di ricostruire un partito comunista di massa, classista, femminista, ambientalista, democratico, ci incontrammo e lavorammo molto insieme. Avevamo alle spalle militanze diverse. Io avevo sempre militato nella nuova sinistra, in Democrazia Proletaria; Imma nel Pci. Ma le esperienze di vita politica differente mai furono di intralcio al nostro rapporto. Anzi, l’arricchirono. Perché Imma era determinata, partigiana delle sue idee e dei suoi valori, ma per nulla faziosa. Era un ossimoro vivente, umanamente e politicamente ricco. Non ho mai conosciuto, infatti, una dirigente così legata al proprio partito che difendeva anche quando aveva dubbi sui suoi comportamenti, eppure era accogliente, “aperta”, curiosa verso altre culture, quasi eretica in alcuni frangenti. Perché prevaleva sempre il suo spirito critico, la sua ostinata capacità di uscire dalle gabbie dello stalinismo, del materialismo volgare, del determinismo.
Mi piace ricordare, per brevità, tre squarci di ricerca e vita politica comune. Discutevamo spesso della nostra amata Rosa Luxemburg. A cui Imma molto si ispirava. Proprio perché Rosa odiava meschinità e compromessi politicisti. Affascinava la sua morte “eroica”, nel corso della rivoluzione spartachista, a Berlino, già segnata dalla sconfitta. La Luxemburg fu, infatti, sempre irriducibile agli schemi rituali, ortodossi, conservatori. Perfino nell’atto estremo, tragico, quello della sua morte. Rosa e gli altri dirigenti spartachisti non vollero “salvarsi”, pur sapendo che la rivoluzione tedesca del 1919 avrebbe avuto esiti disastrosi. Rimasero a lottare a Berlino, dove l’Spd, i socialdemocratici al potere, ordinava ai poteri militari la repressione e l’assassinio dei comunisti. “Non fu scelta romantica; ma coerente con i suoi valori, il rapporto molto stretto tra etica e politica. Ma, soprattutto, indicava la concezione di Rosa che bisogna stare lì dove stanno le masse, anche nei momenti di tragedia”, così scriveva Imma, in un articolo che la rappresentava.
Di Imma ricordo le tante visite fatte nelle carceri, per ispezionare la condizione carceraria, così come nelle “galere etniche” contro i migranti. Imma è stata garantista per convinzione. Così come è stata pacifista profonda, strutturale, perché riteneva che la guerra è “costituente”: ha un fronte esterno, fatto di massacri di popolazioni civili, di genocidi, ma anche un fronte interno, che causa una mutazione antropologica nella società, nelle produzioni, nei saperi, nelle vite.
Per questo Imma è stata una partigiana della Costituzione. Ha lottato ogni giorno, fino alla fine, contro lo smantellamento della democrazia sociale, la violenza del potere per la falsa concezione di una “sicurezza” declinata come securitarismo e panpenalismo. E contro la militarizzazione della società dentro la “fortezza” costruita dal ‘Rearm Europe’.
Il conflitto sociale, abbiamo scritto, “non è un fatto eversivo ma il motore dell’emancipazione delle persone. Contro forme di legalità autoritaria il nostro riferimento sono le libertà e i diritti, la Costituzione e non il Testo Unico di Pubblica sicurezza. Vogliamo diritto alla felicità e non l’ossessione della paura”.
Anche da qui nasceva il femminismo come condivisione, come comportamento quotidiano di Imma, che era stata una femminista storica e, da qualche anno, viveva la costruzione del nuovo femminismo di ‘Non una di meno’.
In definitiva, marxista libertaria colta, Imma era convinta che il marxismo, ora più che mai, in un mondo che va verso la distruzione sociale e ambientale, diventa attuale. Perché Marx ci ha insegnato che il capitale è, per sua natura, un sistema globale. Si annida ovunque e stabilisce connessioni ovunque.
“La storia è storia della lotta di classe”. Con queste parole ricorderemo sempre Imma.
Già ci manca.
