I primi effetti negativi della privatizzazione di Toscana Energia - Giuseppe Dentato

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La scelta assunta nel 2018 da diverse amministrazioni comunali, a partire dal Comune di Firenze, ma anche Pisa, Pistoia e altri minori, di privatizzare la società che gestisce le reti di distribuzione del gas Toscana Energia, dando di fatto il controllo al socio privato Italgas Spa per una cifra molto diversa dai veri valori della società, sta producendo, con le ultime decisioni, i primi effetti che lavoratori, lavoratrici, cittadini e tutto il territorio toscano pagheranno caro.

La più grande società di gestione delle reti gas in Toscana, prima di venire privatizzata, era parte della costruzione di un progetto regionale nella gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza strategica, fortemente voluto dalle amministrazioni locali di allora. Ovvero società settoriali (gas in questo caso, ma analogo modello per acqua, trasporti, rifiuti) dove il capitale privato, minoritario nelle società costituite, non poteva e non doveva incidere sulle scelte gestionali e strategiche che, attraverso l’esercizio del controllo, dovevano rimanere nelle mani del pubblico. Salvaguardando così un bene comune determinante per il livello di qualità del servizio ai cittadini, per la qualità e la salvaguardia di lavoratori e lavoratrici, ma anche per lo sviluppo e la crescita infrastrutturale del territorio toscano.

Pur di fare cassa per fronteggiare le criticità finanziarie degli enti locali, gli amministratori pubblici hanno deciso di regalare ai privati, in questo caso a Italgas Spa, un’azienda sana e redditizia, giustificando tale scelta travisando la realtà delle cose e la stessa missione di Toscana Energia. Sconcertanti le dichiarazioni di esponenti politici e istituzionali che affermano che l’operazione di privatizzazione valorizzerebbe ancor di più una società a partecipazione pubblica che realizza utili netti annui che si aggirano intorno ai 50 milioni di euro. E magari, aggiungiamo noi, le amministrazioni dovrebbero mantenere invece il controllo in società in perdita che forse neppure si occupano di servizi pubblici. O peggio dicono che Toscana Energia non è una società di gestione industriale delle reti gas, ma una sorta di società immobiliare che “affitta i tubi”.

Queste affermazioni sminuiscono il lavoro prezioso di tanti operai, ma anche impiegati e tecnici, che quotidianamente si occupano di manutenzione, pronto intervento, fughe di gas, telecontrollo, ampliamento e gestione reti, al servizio dei cittadini e di un pezzo importante del tessuto produttivo toscano. Si travisa anche il ruolo dell’Autorità che, da soggetto garante della qualità del servizio di distribuzione e delle tariffe, diventa soggetto che fissa i guadagni delle società (ammesso che la nostra Costituzione lo consenta).

Ma lasciando per un attimo in disparte le ragioni per le quali un servizio pubblico essenziale debba essere gestito e controllato dal pubblico - alla luce di una crisi economica senza precedenti è evidente il fallimento delle politiche neoliberiste e del capitalismo degli ultimi 15 anni - vorremmo ricordare, a quei Comuni e alle forze politiche che hanno determinato tale scelta, che non si può prima aderire ad un progetto comune, e successivamente per logiche territoriali metterlo in discussione. Dalle loro scelte in materia di sevizi pubblici non dipendono esclusivamente le sorti dei propri bilanci comunali, ma la realizzazione di un progetto pubblico di più ampio respiro, a difesa di ciò che noi definiamo bene comune.

Ed ecco che arriviamo all’oggi: si stanno concretizzando i rischi e le preoccupazioni denunciate in tutte le sedi. Rischi di svuotamento di attività e possibile perdita occupazionale, riconfigurazione di Toscana Energia, azienda storicamente radicata sul territorio come presidio strategico, a mero presidio operativo della controllante Italgas. Con lo svuotamento dell’azienda a partire da quelle che si definiscono funzioni strategiche, con il trasferimento intanto di circa 50 lavoratori, con il conseguente impoverimento della propria presenza sul territorio, con conseguenze negative in termini occupazionali ed economici.

C’è la necessità di mettere in campo un’azione forte e decisa di mobilitazione, a partire dallo sciopero indetto dai sindacati di categoria per il 4 novembre. La Cgil deve rimarcare con determinazione che il futuro per rilanciare l’economia e lo sviluppo del nostro Paese passa anche da un maggior ruolo pubblico in economia, a partire proprio dai servizi pubblici essenziali a rete quali acqua e gas. Abbiamo bisogno di un soggetto pubblico che possa essere in grado di garantire in modo appropriato gli interessi dei cittadini e dei territori per un servizio sicuro, di qualità e accessibile, a garanzia di un equilibrato sviluppo delle realtà locali, oltre a produrre un impatto positivo sul lavoro di qualità e stabile.

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