Caso Regeni, il Cairo non collabora ma continua l’esportazione di armi dall’Italia - di Eugenio Oropallo

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Il caso Regeni rappresenta un vero test per la credibilità del governo italiano che, in nome dei buoni rapporti con l’Egitto e per portare in porto la commessa miliardaria di due fregate (per il momento), ha sempre parlato di una volontà di collaborazione delle autorità giudiziarie egiziane. Nel corso di una recente intervista, il presidente del Consiglio Conte diceva che “il governo non ha mai cessato di esercitare pressioni sull’Egitto per ottenere progressi tangibili nell’identificazione dei responsabili” – aggiungendo che – “l’Egitto prende atto del nostro processo e ci aspettiamo quindi ci siano tutti gli elementi per celebrare in Italia un processo credibile e giusto davanti a tutto il mondo”. Falsità.

Con un comunicato del procuratore generale del Cairo, l’Egitto ha confermato di non voler collaborare perché “i magistrati italiani hanno svolto le indagini in maniera scorretta”. Un duro comunicato nel quale si mette apertamente in discussione la qualità del lavoro dei magistrati di Roma. La procura egiziana esclude ogni responsabilità dei quattro ufficiali del National Security imputati a Roma del delitto Regeni, ritenendo che “partiti ostili all’Egitto vogliono sfruttare questo incidente per nuocere alle relazioni fra i due paesi”.

Un’ostilità non certo dimostrata dalla presidenze francese. Nel suo incontro a Parigi di un paio di mesi fa, Al-Sisi ha ricevuto dalle mani di Macron la Legion d’Onore, onorificenza concessa a chi si è distinto per la difesa delle libertà civili o per particolari meriti nei confronti della Francia. Non sembra proprio il caso del presidente egiziano, mentre al Cairo per l’ennesima volta veniva confermata la custodia cautelare per Patrick Zaki. La decisione di Macron ha suscitato una pressoché unanime riprovazione, e l’indignazione di chi in passato è stato insignito della stessa onorificenza.

In Italia, Corrado Augias, insignito della Legion d’Onore negli anni scorsi, ha deciso di restituirla consegnandola nelle mani dell’ambasciatore francese a Roma. Augias ha spiegato di non voler condividerla con un capo di Stato che “si è reso oggettivamente complice di efferati crimini”. “Lo dico – ha aggiunto – per la memoria dello sventurato Giulio Regeni ma anche per la Francia, per l’importanza che quel riconoscimento ancora rappresenta”. La sua protesta ha avuto una forte eco in Francia, ed è stata seguita in Italia da altri cittadini italiani in passato insigniti della stessa onorificenza, come Sergio Cofferati e Luciana Castellina.

Il Parlamento europeo, dal canto suo, ha votato una risoluzione sulle violazioni dei diritti umani in Egitto chiedendo, per bocca del suo presidente Sassoli, “la verità per Giulio Regeni, e che i suoi assassini siano assicurati alla giustizia italiana”. Nel documento viene esplicitamente denunciato il tentativo delle autorità giudiziarie egiziane di “ostacolare i progressi nelle indagini sul rapimento, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni”, chiedendo “la sospensione dell’esportazione verso l’Egitto di armi, e qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere usata nella repressione interna”. Nonostante tutto questo, il 23 dicembre è stata consegnata da Fincantieri la prima delle fregate vendute agli egiziani.

Un atto che toglie ogni velo alle affermazioni di Conte e di Di Maio, che per mesi hanno ingannato gli italiani e la famiglia dello sfortunato ricercatore. Temiamo, ahimè, che il governo non sarà capace di assumersi le proprie. Lo sa bene anche la famiglia Regeni che ha deciso di presentare in procura a Roma un esposto contro il governo italiano, colpevole di aver venduto armi agli egiziani violando il divieto di esportazione di materiale di armamento verso i paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti. E’ l’articolo 1 della legge 185 del 1990 che lo prevede. Certo si tratta di una scelta estrema quanto coraggiosa, per svelare quali sono spesso le trame su cui si reggono i rapporti tra gli Stati.

Viviamo purtroppo in un mondo in cui le guerre sono sempre un buon affare per gli Stati; la produzione di materiale bellico non è stata messa in crisi neppure in questo periodo di pandemia, e non crediamo che il governo italiano sappia ritornare sulle decisioni già prese. Ma la dignità di una persona non può essere messa in discussione, così come il lavoro che ha svolto e sta svolgendo la nostra magistratura. Se Al Sisi non aveva nulla da nascondere, perché non ha deciso di partecipare a questo processo?

Non sono pochi, nella storia del nostro Paese, i processi politici che si trascinano da anni senza che si riescano ad individuare né gli autori materiali né le responsabilità politiche. Non vorremmo che anche questo facesse la stessa fine, lasciando l’amaro in bocca a chi sta soffrendo per la perdita di un proprio caro, e a tanti cittadini che ancora danno fiducia a un sistema giudiziario che, bisogna pur dirlo, spesso non rende giustizia alle vittime e alle loro famiglie.

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