Nel Messico dominato dalla violenza, le elezioni confermano Obrador - di Vittorio Bonanni

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Trentacinque, quarantamila morti l’anno e 275mila negli ultimi cinque anni, secondo il segretariato esecutivo del Sistema nazionale di pubblica sicurezza. Il Messico è il Paese in “pace” con il numero più alto di morti del pianeta e sicuramente del già violento continente latino-americano. Uno scenario che ha conosciuto un’impennata a partire dal 2006. Nel 2020 sono morte esattamente 34.582 persone, tra i quali molte donne e bambini, con circa 95 omicidi al giorno. Quattro ogni ora. Su 43 giornalisti uccisi nel 2020 in tutto il mondo, 13 sono messicani. Una violenza che basa le sue radici soprattutto nello strapotere dei cartelli della droga, divenuti in questi ultimi decenni ed anni sempre più potenti e in continuo conflitto tra loro. Senza dimenticare tuttavia l’azione di gruppi paramilitari che terrorizzano chiunque tenti di contrapporsi a questo scenario. Con un sistema di pubblica sicurezza incapace di fronteggiare questi fenomeni, quando non è addirittura colluso con gli interessi della criminalità organizzata.

Questa la premessa per descrivere in quale clima si sono svolte le recenti elezioni di medio termine del 6 giugno, per eleggere i cinquecento parlamentari della Camera dei deputati all’interno di un sistema politico simile a quello degli Usa: 97 i politici uccisi durante la campagna elettorale, un migliaio di attentati e assalti alle urne, decine di politici che hanno rinunciato dopo aver ricevuto minacce, teste mozzate di maiali a casa, senza contare il ritrovamento di resti umani dentro sacchetti depositati nelle cabine elettorali, e via dicendo con altre ‘amenità’ di questo genere. Insomma, un vero e proprio girone dantesco lontano, ben lontano da quella democrazia anglosassone e dell’alternanza tanto amata dall’Occidente, e del tutto insufficiente a fronteggiare scenari di questo tipo.

A nulla sono dunque valse le promesse del presidente di sinistra Andrés Manuel Lopez Obrador di ridurre il numero dei morti, combattendo povertà ed esclusione e riducendo, con una neanche tanto nascosta quanto inevitabile intesa con i cartelli, l’uso della forza contro la criminalità. I dati purtroppo lo hanno smentito anche in questo appuntamento elettorale, che ha registrato un’affluenza alle urne di circa il 52%.

Obrador, malgrado tutto, ha confermato la sua supremazia vincendo anche questa tornata elettorale, pur perdendo la maggioranza assoluta che deteneva. Risultato che tuttavia potrebbe essere raggiunto unendo i suoi voti a quelli dei suoi alleati. Un esito dunque accettabile, malgrado gli enormi problemi citati, aggravati dalla pandemia. Il partito del capo dello Stato, Morena (Movimento rigenerazione nazionale), dei 15 governatorati in gioco, ne ha ottenuti 11 con una percentuale del 34,10% dei voti. I restanti sono stati assegnati al partito di destra Pan (Partido d’Azione nazionale) che ha conseguito il 18,24%, al Mc (Movimiento Ciudadano), al Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), che hanno ottenuto il 17,73% e alla coalizione tra il Pt (Partido del Trabajo) e il Pvem (Partido Verde Ecologista de México). Per i 500 seggi della Camera bassa, la vittoria di Morena è stata schiacciante.

Qual è il bilancio di questi anni di governo Obrador, il più a sinistra nella storia della Repubblica messicana? Come tutti i leader dei diversi governi di sinistra latinoamericani di questi ultimi anni, oltre alla lotta alla corruzione, il primo obiettivo è stato quello di combattere o almeno ridimensionare gli effetti del liberismo, che non ha fatto altro che accentuare le già gravi disuguaglianze sociali presenti nel continente. Il capo dello Stato, come fecero Lula e Roussef in Brasile, ha messo in atto un programma di assistenza sociale per aiutare i più poveri. Un altro obiettivo riguarda un sostegno a quelle aziende statali sostenitrici della riforma energetica, di fatto nelle mani del settore privato. Come un mantra, anche in questo caso gli avversari di chi cerca di cambiare le carte in tavola viene accusato di essere autoritario e potenzialmente un dittatore. Insomma, come sempre, aiutare poveri e anziani significa mettere a rischio una democrazia basata in realtà da un lato sul privilegio e dall’altro sul terrore e sulla morte, contro i quali Obrador più di tanto non potrà fare.

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