Processo Plan Condor: colpevoli! - di Sergio Bassoli

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Il 9 luglio scorso la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza attesa da quasi mezzo secolo: la conferma di 24 ergastoli per i vertici militari e per i torturatori che tra gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso hanno seminato il terrore nei paesi dell’America Latina, sequestrando, torturando, facendo sparire in fosse comuni o in mare i corpi di studenti, sindacalisti, attivisti, giovani donne e ragazzi.

Dovevano essere semplicemente eliminati in base alle disposizioni del Plan Condor, vero e proprio coordinamento tra militari golpisti, servizi deviati di Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay, e il Dipartimento di Stato degli Usa.

Ventiquattro ergastoli ai colpevoli di sequestro, tortura e morte di 43 italo-latinoamericani, vittime di quel delirio di onnipotenza che ha portato alla morte decine di migliaia di uomini e donne, per essersi opposti ai colpi di Stato e alle dittature militari, o semplicemente per rappresentare dei potenziali, pericolosi oppositori. Un vero e proprio crimine contro l’umanità che non può essere prescritto e dimenticato. Una ferita ancora aperta nei corpi di quelle società e nei cuori dei familiari delle vittime, che ancora oggi, in molti casi, cercano i corpi dei propri cari e i nipoti, oggi adulti ma allora neonati strappati alle madri e alle legittime famiglie. Una tragedia nella tragedia di persone che non sanno ancora quale sia la loro vera identità.

Le caserme e le scuole militari, allora sedi clandestine, come la Escuela Militar de la Aeronautica-Esma e il Garage Orletti di Buenos Aires, la Fusna, la Dipre, la Teja, Durazno, Canelones e Chalet Susy in Uruguay, Villa Grimaldi a Santiago del Cile, nomi e luoghi dove si svolgevano le torture e si pianificava il terrore, oggi sono convertiti a luoghi della memoria, per non dimenticare, per ribadire “nunca más”, mai più! Ma per chiudere quella ferita, per poter voltare pagina, occorre fare di più, occorre ricostruire la verità, restituire giustizia e dignità alle vittime, identificare le colpe, le responsabilità e i colpevoli di tali efferati crimini. Solo così si potrà voltare pagina, avviando il processo di riconciliazione nazionale e di convivenza democratica.

La sentenza del 9 luglio va in quella direzione. Una corte di giustizia di un altro continente, in Europa, in Italia, a Roma, grazie alla visione lungimirante e all’impegno civico di un pubblico ministero, Giancarlo Capaldo, che nel luglio del 1999 aprì un’inchiesta che durò 15 anni, e che vide nelle singole denunce dei familiari delle vittime il filo conduttore che legava la folle azione degli aguzzini a un disegno criminale internazionale, organizzato e pianificato nelle stanze delle caserme, dei ministeri, delle diplomazie che hanno ordito il piano di eliminazione massiva degli oppositori politici con ogni mezzo, compresa la tortura e l’assassinio.

Un’inchiesta difficile che si è potuta realizzare grazie all’impegno di tante persone, dai familiari delle vittime, agli esuli di allora oggi cittadini italiani, agli avvocati, all’appoggio dei consolati italiani, di Cgil Cisl Uil e dei loro patronati, dei sindacati e difensori dei diritti umani latinoamericani. Così è stato possibile raccogliere le testimonianze e la documentazione necessaria per arrivare al processo. Sono stati emessi 146 mandati di arresto per poi arrivare a 34 imputati e infine a 24 ergastoli. Sono stati ascoltati oltre 70 testimoni che hanno riportato le lancette del tempo a quegli anni bui, raccontando le ultime immagini e i ricordi in vita dei loro cari, l’arresto, l’attesa poi trasformatasi in disperazione per le menzogne, i depistaggi, le false testimonianze, e la certezza del dramma, della perdita definitiva della persona amata. Quanta sofferenza rivista e riportata dentro un’aula di un tribunale, dopo quaranta, cinquant’anni, dall’altra parte dell’oceano, in una periferia di una città dove nessuno sa e conosce ciò che sta avvenendo in quell’aula, perché là, dove si svolsero i fatti, ancora non si può fare giustizia.

Però giustizia è stata fatta. Non importa dove sia stata emessa la sentenza. Generali e vertici militari che hanno dato gli ordini, sottoposti che hanno eseguito sequestri, torture ed assassinii, sono stati condannati, e gli ordini di cattura sono stati emessi. Anche chi ha cercato riparo e protezione in Italia, com’è il caso di Jorge Nestor Troccoli, ex-ufficiale del servizio di intelligence della Marina militare uruguayana (Fusna), colpevole delle torture e della morte di venti persone, ora è in carcere per scontare la sua pena.

L’auspicio è che altri processi possano realizzarsi nelle aule dei tribunali dell’America Latina, e che i responsabili di torture e sparizioni siano estradati e processati, chiudendo quella orribile pagina di storia con il riconoscimento della verità e della giustizia. Questo lo dobbiamo, tutti noi, a chi ha pagato con la propria vita le proprie idee.

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