Covid-19 e lotta di classe - di Gian Marco Martignoni

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David Harvey, Cronache Anticapitaliste, Feltrinelli, pagine 236, euro 18.   

Nella primavera del 2020, in piena espansione di quella sindemia che si è sviluppata drammaticamente su scala globale, il geografo marxista David Harvey si è distinto per una analisi impietosa e di classe sulle ricadute che avrebbe comportato sulle dinamiche produttive delle catene del valore e quindi sul vissuto delle classi subalterne, in particolare con lo scritto “Politiche anticapitaliste ai tempi del Covid-19”, apparso in Italia nell’ottimo sito “sinistrainrete.org”.

Riprendendo i moniti di Engels, Harvey ha parlato di “vendetta della natura” dopo quarant’anni di neoliberismo sfrenato e di distruzione della sanità pubblica, fotografando implacabilmente il crollo del consumo “esperienziale” istantaneo e compensativo dell’alienazione lavorativa, per via della sospensione di quel turismo internazionale i cui viaggiatori sono passati da 800 milioni a 1,4 miliardi tra il 2010 e il 2018.

Ora questo intervento è compreso nei diciannove capitoli che compongono l’ottimo libro “Cronache Anticapitaliste”, frutto di una serie di trasmissioni e di video-online, che mette a fuoco il capitalismo contemporaneo, grazie all’attività svolta in questa direzione dall’organizzazione no-profit Democracy at Work.

Il vocabolo anticapitalista appare come una moneta fuori corso nel lessico politico della provincia Europa. Ma Harvey ci invita a guardare quello che succede nelle periferie del mondo – da Santiago del Cile a Beirut, da Baghdad a Quito, da Istanbul all’India (ove si è sviluppato il più grande sciopero mondiale contro le politiche di Modi avverse agli interessi e ai bisogni vitali del mondo contadino) – per comprendere la crisi di legittimazione del neoliberismo e le alleanze che, per rimanere a galla, i suoi seguaci (da Trump a Bolsonaro, da Modi ad Erdogan, per venire a quelli di casa nostra) hanno stretto con i movimenti neofascisti.

L’approfondimento delle diseguaglianze, le gravi ripercussioni provocate dal surriscaldamento climatico e la crescita smisurata del lato finanziario dell’economia, stante l’annosa sovraccumulazione dei capitali, sono la plastica testimonianza dell’insostenibilità del modo di produzione capitalistico. Due dati, apparentemente scollegati tra di loro, sono oggetto della riflessione di Harvey: il consumo di cemento in Cina in due anni e mezzo è stato pari al 45% di quello che gli Usa hanno consumato in cent’anni; negli ultimi 800.000 anni la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha superato le 300 parti per milione (ppm) solo dopo il 1960, mentre ora in sessant’anni si è arrivati ben oltre le 400 ppm, con le tragiche conseguenze che si prospettano per la sopravvivenza della specie umana, a partire dall’incremento anche in termini di potenza degli eventi estremi.

Per questa ragione diventa prioritaria per i movimenti e le forze anticapitaliste la riduzione secca del surplus di Co2, che ad esempio per il neurobiologo Stefano Mancuso può essere perseguita solo con modalità non rispondenti alla logica economicista del profitto, ovvero con la piantumazione di mille miliardi di alberi nel pianeta, suddivisi in quote precise per ogni entità nazionale. Non certo rincorrendo il mito dell’auto elettrica, ugualmente dispendioso sul piano del consumo energetico e di una materia prima come il litio.

Il dato dello sviluppo non solo infrastrutturale della Cina e delle economie emergenti è teso invece a evidenziare quali sono le contraddizioni generate dal tasso composto infinito dell’accumulazione capitalistica. Nonché a segnalare come la “nuova via della seta” sia di fatto funzionale all’esigenza di collocare ingenti masse di capitali eccedenti, nell’ambito della realizzazione di un piano di grande espansione geopolitica. Le dinamiche del processo di accumulazione sono ben indagate nei capitoli 11 e 12, con lo scopo di dimostrare che esse si manifestano tutt’ora nelle forme violente dell’espropriazione e della spoliazione, non differenziandosi da quell’accumulazione primitiva o originaria che Marx ha descritto nel capitolo 24 del I libro de “Il Capitale”.

L’accumulazione per espropriazione è quella praticata tramite l’accaparramento delle terre in Africa o in America Latina. L’accumulazione per spoliazione riguarda soprattutto le politiche di privatizzazione di proprietà statali e pubbliche, in particolare quelle relative alla fornitura dell’acqua o dei trasporti. Ma anche il mercato immobiliare, che come nel caso negli Usa ha determinato, in seguito alla crisi derivante dai mutui subprime nel 2007-08, l’espulsione di sette milioni di famiglie dalla loro abitazione.

Infine, nell’ultimo capitolo vengono delineati i caratteri di una possibile e auspicabile società alternativa. Harvey rilancia la necessità dell’azione collettiva per organizzare una nuova forma di risposta ai bisogni sociali, a partire dalla ricchezza data dall’incremento del tempo libero a disposizione, se il tempo di lavoro venisse ridotto a sei ore giornaliere, sulla base dell’incessante innovazione scientifica e tecnologica.

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