Banca mondiale e Fondo monetario internazionale: quel pasticciaccio brutto di “Doing Business” - di Leopoldo Tartaglia

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Una buona notizia arriva da Washington: la Banca mondiale ha annunciato la cessazione della pubblicazione di uno dei suoi rapporti annuali di punta: “Doing Business”. Una notizia – ignorata dai media nostrani – che lascerà certamente indifferenti i comuni mortali, ignari dell’esistenza stessa di questo voluminoso dossier, inaugurato dalla Bm nel 2003.

Al contrario, una decisione accolta con favore dalle oltre 360 organizzazioni della società civile globale, a partire dalla Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi), che da sempre contestano contenuti e scopi della pubblicazione. Che è stata tutt’altro che ininfluente per le politiche sociali e di sviluppo dei Paesi del mondo, soprattutto per quelli a più basso reddito e cosiddetti in via di sviluppo.

Infatti, “Fare affari” (traduzione alla lettera) aveva lo scopo di dare una classifica mondiale degli Stati in funzione della loro capacità di attrazione degli investimenti, in particolare privati. Superfluo dire che, nella concezione iperliberista della Banca mondiale, i parametri per stare in testa alla classifica consistevano nella riduzione, se non eliminazione di quelli che la tradizione padronale italica ama definire “lacci e lacciuoli” agli interessi delle imprese.

Così per la Banca mondiale “vinceva” lo Stato con meno tasse sulle imprese e sui profitti, con la più larga deregolamentazione del mercato del lavoro – fino ai punteggi massimi dei regimi che impedivano la stessa attività sindacale - con la contribuzione sociale e sanitaria più bassa, con le legislazioni meno vincolanti in termini di protezione e difesa dell’ambiente. E le conseguenti indicazioni di “policy”, cioè quello che i governi avrebbero dovuto fare per essere più attrattivi e “scalare” la classifica, riguardavano immancabilmente la riduzione della spesa sociale, a partire da pensioni e sanità pubblica (già quasi inesistenti in molti Paesi a basso reddito), la facilitazione normativa e fiscale di ogni investimento estero, l’alleggerimento delle già spesso scarsissime norme ambientali e di protezione del lavoro.

Tanto per dire, nell’ultimo “Doing Business”, quello del 2020, ai primi posti in classifica troviamo Nuova Zelanda (e passi pure…), Singapore e Hong Kong, con Georgia al 7° posto, Lituania all’11°, Emirati Arabi Uniti al 16°, eccetera. L’Italia, troppo “sociale” e “poco amichevole” verso le imprese per la Banca mondiale, è solo al 56° posto (su 190 Stati), immediatamente preceduta, nell’ordine, da Romania, Kenya e Kosovo.

La fine ingloriosa di “Doing Business” non si deve alla tardiva vittoria di una visione economica e sociale alternativa. Tutto nasce dall’ennesimo scandalo sui comportamenti di funzionari e dirigenti della prestigiosa istituzione finanziaria. Un audit esterno avrebbe scoperto il “taroccamento” delle graduatorie del 2018 e del 2020 a favore di alcuni Paesi (segnatamente Cina, Arabia Saudita, e Azerbaijan) i cui dati sarebbero stati modificati grazie a veri e propri episodi di corruzione. Per questo molti esponenti di organizzazioni della società civile, che si sono spesi in questi anni per la fine di questa “oscena” pubblicazione, specialmente da Paesi del sud globale, hanno commentato con scetticismo questa parziale vittoria: “Doing business” cesserà di promuovere politiche antisociali e antipopolari, ma la Banca mondiale non cambia la filosofia e la linea politica iperliberista di fondo.

Come spesso accade in questi contesti, c’è anche un’altra faccia della medaglia. Il premio Nobel Joseph Stiglitz – che è stato tra i dirigenti della Banca mondiale tra il 1997 e il 2000 – in un articolo sul sito Usa “Project Syndicate” parla di “tentato golpe al Fondo monetario internazionale”, l’organizzazione “gemella” della Bm, peraltro spesso in concorrenza con essa. Secondo Stiglitz le accuse che hanno portato alla fine di “Doing Business” mirerebbero a colpire l’attuale direttrice esecutiva del Fmi, Kristalina Georgieva, che nel 2018 ricopriva analoga carica alla Banca mondiale. Secondo Stiglitz l’attacco a Georgieva proviene da settori e rappresentati di Stati – in primis gli stessi Usa, rappresentati ancora da un uomo di Trump – che mal digeriscono quella che lui definisce “l’eccellente risposta alla pandemia”, con la rapida concessione di crediti ai Paesi per affrontare la crisi sanitaria e, in particolare, un pacchetto di 650 miliardi di dollari per i Paesi a basso e medio reddito. Così come quegli stessi Stati e ambienti del Fmi non gradirebbero la politica della Georgieva di riposizionamento del Fondo monetario internazionale sul contrasto alla crisi climatica.

Sia come sia, i decisori politici nazionali non avranno più a che fare con uno strumento antisociale e antiambientale come “Doing Business”. Ma la necessaria riforma delle istituzioni di Bretton Woods rimane una chimera e – nonostante gli evidenti disastri della globalizzazione neoliberista, non ultima la pandemia da Covid19 – le politiche economiche e finanziarie liberiste restano il mantra del gotha del capitalismo mondiale.

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